Sull'uso politico della vittima

Nefasti della memoria
I «fasti del quarantennale», cioè le celebrazioni in ricordo del sequestro di Aldo Moro nel 1978, hanno mostrato il carattere nefasto delle ricostruzioni memorialistiche, che, proprio poiché capaci di bypassare il tempo trascorso e le ricostruzioni storiche, anziché sollevare interrogativi provocano ed alimentano sentimenti.
Interamente nelle mani di politici e giornalisti, nell'assordante silenzio degli storici e nell'assenza integrale degli ex-brigatisti, il discorso pubblico, incentrato sulle vittime del terrorismo, ha raggiunto rapidamente toni da campagna d'odio. Giornalisti di fama si sono lasciati andare ad insulti, scrivendo di voler sputare addosso agli ex-brigatisti, e scatenando così i tanti giustizieri dell'internet, sdoganati nella rincorsa a chi propone le peggiori umiliazioni e punizioni. Perché sembra che quei fatti siano appena avvenuti, ieri o l'altroieri, e l'emergenza sia in corso.
Davanti ad immagini di cadaveri e di sangue, basta gridare quello è l'assassino e non importa più che in quattro decenni il paese sia cambiato, la storia abbia fatto il suo corso, e che gli autori condannati abbiano fatto in tempo a scontare le massime condanne nelle peggiori condizioni possibili.
Tra le rarissime voci critiche, spicca per importanza l'articolo di Ilenia Rossini, dedicato a 'L’indicibilità della critica della vittima': lo prendiamo come punto di partenza per quanto segue, un contributo al dibattito nato inizialmente come commento.

La falsa vittima di via Fani

Un testimone per tutti i misteri
Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.

L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall'ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

Come t'intervisto il brigatista

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di 'misteri'. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un 'cold case', un caso irrisolto e sul quale va indagato.
I misteri vengono enumerati dagli 'esperti', che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.
Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d'inchiesta o ancora 'consulenti'.
Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti -Franceschini, Etro, Morucci, Faranda- che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.
Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una 'rivelazione' sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l'autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.

Passaporto 11333

Otto anni nella CIA

Era intestato a Manuel Aurelio Antonio Hevia Cosculluela, il titolo di viaggio numero 11333, rilasciato dal Ministero degli esteri uruguayano nel 1970.
Il nome del titolare era vero, lui però era cubano. Con una particolarità: lavorava per il servizio segreto statunitense. Era la CIA che l'aveva inviato in missione in Uruguay, dove, nascosto da una attività di copertura, collaborava con le autorità politiche, militari e di polizia. Per questo gli avevano dato il passaporto.
La seconda particolarità, ignorata però da nordamericani ed uruguaiani, era che il cubano agiva come un convinto agente del suo paese. Nella Cuba degli anni '60, fresca di rivoluzione e letteralmente assediata dagli Stati Uniti per i quali l'isola 'comunista' a poche miglia dalle proprie coste era (ed è ancora!) un insopportabile dito nell'occhio, si era lasciato reclutare dai nordamericani.
'Pasaporte 11333 - Ocho años en la CIA' è così divenuto il titolo del libro di memorie col quale lo stesso Hevia Cosculluela narrò in prima persona, una volta ritiratosi sull'isola, la sua esperienza di doppia infiltrazione in Uruguay.
Il libro fu pubblicato nel 1978 a Cuba, dalla Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, ed ebbe alcune riedizioni negli anni 80 in Messico ed in Uruguay. Le sole traduzioni conosciute erano destinate al pubblico dei paesi del blocco socialista: in tedesco, pubblicata nella Germania dell'Est (RDT) dalle Edizioni militari (Militärverlag), in russo ed in slovacco.
Un testo quasi irreperibile, che la Pattumiera della storia, dopo lunghe ricerche tra antiquari austro-argentini, si pregia di offrirvi.
Non lo troverete altro che qui:

Christa e Sonja e Mumia e Marco


Un messaggio di Christa Eckes
L'incarcerazione 'educativa' di Christa Eckes, ex militante della Rote Armee Fraktion (RAF) e gravemente malata di cancro, per costringerla a testimoniare in un processo per fatti degli anni '70, è stata revocata dal Tribunale federale tedesco.
Si tratta di una decisione che, sotto il profilo della legalità, è assolutamente ragionevole, tanto che non dovrebbe neppure fare notizia; ma quando si tratta di militanti di sinistra, o ex-tali ma non pentiti, la politica prende il posto della ragione.
Sul caso e sull'arresto coercitivo o Beugehaft s'era riferito qui.
Nella decisione del 19 gennaio 2012  i magistrati hanno ammesso che una persona in chemioterapia non può essere semplicemente sbattuta in cella, poiché "la verità non può essere ricercata a qualsiasi costo, non dunque, nel caso, a costo della seria messa in pericolo della vita di una testimone gravemente malata".
La verità in questione, sia chiaro, è quella giudiziaria: su dettagli del caso Buback (1977), sul quale la stessa Christa all'epoca non poteva sapere proprio nulla, essendo già in galera da anni.
Insomma sono stati ridotti alla ragione, ma pure per questo s'è dovuto battagliare.
(Nella foto, la manifestazione del 14 gennaio a Karlsruhe, sede del Bundesgerichtshof, o BGH, tribunale federale).

Squatters, Maya e Sans-papiers

Memoria del futuro
Cinque anni fa, il collettivo di squatters di LaBiu, che occupa case vuote a Bienne, nel Giura bernese,
Hotsquat Calendar 2012 - 3
ha cominciato a produrre un calendario, come quelli che ormai se ne fanno a decinaia nel mondo, e che si vogliono 'sexy', chiamato 'Hotsquat'.

Per il 2010 ne uscì un altro, sempre con fotografie di qualità e ispirato a dipinti celebri, mentre il filo conduttore di quello del 2011 erano le fiabe.

Il calendario 2012 è stato realizzato in diverse case occupate europee, tra Bruxelles e appunto la Svizzera.

Ogni collettivo ha proposto tre temi sui quali ha poi lavorato in un altro squat, mettendosi spontaneamente in scena per il fotografo Anthal Thoma. Immagini improvvisate sì, con un bel po' di ketchup, ma anche con una considerevole lavorazione.

No all'incarcerazione di Christa Eckes!

Il 1. dicembre 2011 la Corte d'appello di Stoccarda (Oberlandsgericht Stuttgart) ha deciso che l'ex militante della Rote Armee Fraktion (RAF) Christa Eckes deve essere imprigionata per 6 mesi poiché si rifiuta di testimoniare.
La 'Beugehaft' è la carcerazione coercitiva prevista dal codice tedesco per costringere un testimone a rivelare quanto di sua conoscenza. Christa è gravemente malata, in cura per leucemia, e questo ordine di carcerazione potrebbe essere la sua condanna a morte.

Scrive il blog dedicato keinebeugehaft :
La nostra amica e compagna Christa Eckes deve andare in prigione perché la corte d'appello ha accolto la richiesta della Procura federale.
Nell'agosto scorso è stata diagnosticata a Christa una leucemia linfatica acuta, e dall'inizio di settembre viene trattata con chemioterapia e radiazioni nella clinica dove è ricoverata e dove lotta per la propria vita.
Una incarcerazione interromperrebbe il trattamento, mettendo in serio pericolo la sua vita. La misura coercitiva che è stata ordinata la mette quindi in rischio coscientemente e cinicamente.
Dal 30 settembre 2010 è in corso a Stoccarda un processo di quelli con grande messinscena mediatica, contro Verena Becker, ex militante della RAF.

Esilio, fuga e naufragio

 
Tre guerriglieri in barca
Il 30 agosto 2011 il 'Silver Cloud', un veliero di 10 metri, va alla deriva per un'avaria meccanica e si incaglia davanti alla costa venezuelana di Los Roques.

Le autorità locali giunte in soccorso, dopo aver scoperto che tre dei naufraghi sono dei baschi, militanti dell'ETA politico-militare (ETA-pm), li arrestano.

Questa la prima versione dei fatti diffusa dai media; si capirà in seguito che i guardacoste avevano intercettato il Silver Cloud, partito un mese prima da Cuba, e che i servizi di sicurezza spagnoli erano al corrente della fuga. La ministra degli esteri spagnola, Trinidad Jiménez, sottolineerà la cooperazione tra Madrid e l'Avana nel controllo dei membri dell'ETA a Cuba.

Perché i tre baschi, Elena Barcena Argüelles, Francisco Javier Pérez Lekue e José Ignacio Etxarte Urbieta, erano in esilio a Cuba, ed avevano deciso di abbandonare l'isola che li ospitava da oltre 20 anni. Isola che due di loro, Elena Barcena e Ignacio Extarte, avevano raggiunto dopo una picaresca fuga per mare cominciata a Capo Verde il 20 giugno 1987 e durata circa quattro mesi, nel corso della quale gliene successero di tutti i colori: andarono sul serio alla deriva, rimasero senza gas per cucinare perché s'eran fatti truffare comprando bombole vuote, rischiarono di essere speronati da una nave passeggeri, rimasero 15 giorni senza cibo, finendo per essere ospedalizzati una volta sbarcati all'Avana. Nell'arcipelago africano (Cabo Verde è nell'Atlantico davanti al Senegal) erano stati deportati due anni prima, e avevano cercato migliori condizioni d'esilio fuggendo quella prima volta per mare verso la patria della rivoluzione caraibica.

Nomen ignomen

I dittatori al tramonto dopo la cosiddetta 'primavera araba', condividono almeno un paradosso, quello dei loro nomi.

Assad, si chiama il macellaio di Siria, cioè "il leone". Ma è un leone che sbrana il proprio popolo, i propri figli.
Così lo rappresenta anche la vignetta di Mahjoob:

Gheddafi, lui si chiama Muammar: in arabo "il costruttore".
Ha distrutto la Libia e fino all'ultimo annuncia nuovi disastri, la volontà di lasciare solo terra bruciata al nemico.

In Yemen, l'uomo al comando che ha diffuso la corruzione si chiama Saleh.
Che significa… "il riformatore"!