25.12.09

Algeri, porto delle rivoluzioni (3)

È arrivato un aereo carico di banditi

Solo pochi mesi prima dell'arrivo ad Algeri di Tim Leary, l'evaso psichedelico, uno sbarco ben più impressionante di prigionieri politici in fuga aveva attirato la stampa internazionale all'aereoporto di Dar-el-Beida.
Il 15 giugno 1970, 40 detenuti erano stati rilasciati dal governo brasiliano, in cambio dell'ambasciatore tedesco catturato in Brasile dai guerriglieri urbani. Ufficialmente, erano 'banidos', cioè messi al bando, secondo una legge che appunto permetteva al regime di espellere i propri cittadini, e che oggi è proibita dalla nuova Costituzione brasiliana.
Una ventina di quegli speciali passeggeri dell'aereo della Varig atterrato ad Algeri, erano militanti della Vanguardia Popular Revolucionaria (VPR), gli altri provenivano da altre organizzazioni di opposizione o rivoluzionarie, come il Movimento Rivoluzionario 8 de outubro (MR-8), che aveva operato il primo sequestro di ambasciatore della storia della lotta armata.

Tra questi 'banidos', figuravano proprio alcuni militanti catturati in seguito a quell'azione: Cid de Queiroz Benjamim, Daniel Aarão Reis, Fernando Paulo Nagle Gabeira e Vera Sílvia Araújo Magalhães.
Il breve passo indietro per inquadrarne la storia ci riporta all'agosto del 1969, poco dopo la fine del Festival Panafricano ad Algeri.

Dall'altra parte dell'Atlantico, a Rio de Janeiro, due gruppi clandestini decisero di tentare un'azione congiunta per liberare dei prigionieri politici e per rompere la censura che il regime dittatoriale imponeva. La sigla MR-8 venne fatta risuscitare, poiché si trattava di un gruppo che era stato decimato poco dopo la sua apparizione, dai militanti di Dissidencia Guanabara (DI-GB), in gran parte giovani, studenti ed intellettuali della classe media, che chiesero sostegno all'ALN, l'Açao Libertadora Nacional guidata da Carlos Marighella e composta da militanti di vecchia tradizione comunista, con esperienza di clandestinità. L'ALN assunse il comando militare dell'operazione, riuscendo a catturare l'ambasciatore degli Stati Uniti Charles Burke Elbrick, e proponendo immediatamente di scambiarlo con 15 prigionieri politici, che dovevano essere portati in Cile, in Algeria od in Messico.
Il clamore fu enorme, il comunicato firmato da ALN e MR-8 venne diffuso, come richiesto, da radio e televisione, e gli stessi prigionieri ne ebbero notizia. Molti anni dopo Jaguar, vignettista ed editore della rivista satirica Pasquim, che era stato incarcerato con la redazione al completo senza un'accusa specifica, ricorderà quel momento con un aneddoto:
"Ero in galera e alle 4 di mattina aprono la porta. Il tizio dice: 'Sentite un po', preparate le vostre cose che sarete scambiati con l'ambasciatore sequestrato dal Gabeira e da non so chi, a voi vi scambiano e partite per l'Algeria entro due ore.' Al che mi alzai e dissi: 'Senta un po', io mi muovo solo a bastonate, mi dovete ammazzare. Cazzo, io sto qua e domani mi ritrovo in groppa a un cammello nel deserto del Sahara, ma andate affanculo!', mi girai dall'altra parte e mi misi a dormire. Fu lì che mi guadagnai il soprannome di 'vegetale'." (intervista alla rivista Universo Masculino)
La destinazione fu invece il Messico. Il regime militare-civile brasiliano non volle rischiare di offendere la grande potenza statunitense, che era il suo primo sostenitore ed alleato, e accettò, non senza contrasti, di trasportare i quindici prigionieri richiesti a Città del Messico, dove il 5 settembre 1969 furono accolti da una folla festante.
A Rio, i guerriglieri rilasciarono Elbrick, in buona salute.

La repressione si riorganizzò immediatamente, le sue tecniche, a cominciare dalla tortura, si fecero più scientifiche, ed i risultati ottenuti vantati nella propaganda. Già due mesi dopo riuscirono a localizzare e ad uccidere Carlos Marighella, ed anche i militanti che avevano sequestrato Elbrick vennero arrestati o uccisi.

A narrare dall'interno la vicenda con un libro di successo, dieci anni dopo, fu per la prima volta Fernando Gabeira, che era giornalista e che aveva affittato la casa in cui venne tenuto prigioniero l'ambasciatore USA.
Il suo 'O que è isso, companheiro?' (Che ti succede, compagno?, ed. Feltrinelli, 1981) finisce proprio sull'aereo in partenza per l'Algeria e per un lungo esilio:
Il poliziotto al mio fianco disse che aveva un cugino comunista a Goiàs; gli risposi che avevo uno zio tubercoloso a Minas. Mi chiese dove poteva comprare qualcosa in Algeria. Gli dissi di stare attento alla parola Souvenir, Sou-ve-nir, quando vedeva quella parola poteva fermarsi e comprare. La danza del ventre no, non sapevo se ci fosse, in Algeria. Secondo me, non doveva restarci troppo male se il governo algerino li rimandava diritti all'aeroporto. No, che non si rattristasse, anche all'aeroporto avrebbe potuto trovare la parola souvenir e comprare qualcosa.
Il sequestro dell'ambasciatore USA aveva inaugurato una nuova via per liberare i prigionieri politici.
Ad esso seguì, nel marzo 1970 la cattura da parte della VPR del Console giapponese a Sao Paulo, in cambio del quale venne chiesta ed ottenuta la liberazione di 5 prigionieri, che furono trasportati in Messico.
E poi appunto nel giugno 1970 quella dell'ambasciatore tedesco Ehrefried von Holleben, condotta dalla "Unidade de Combate Juarez Guimarães de Brito" (UC/JGB ).
Il modello operativo dell'azione (vedi immagine cartina), con auto che bloccano davanti e dietro il convoglio e con la 'neutralizzazione' della scorta, era ormai stabilito, e venne poi utilizzato dalle Rote Armee Fraktion (RAF) per il sequestro di Hans Martin Schleyer nel 1977 e nel 1978 dalle Brigate Rosse (BR) per quello di Aldo Moro.

Naturalmente la stampa sbraitava contro i terroristi; così apriva l'editoriale del Jornal do Brasil del 13 giugno 1970: "Ancora una vile azione sovversiva ha ferito il Brasile: l'ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca è stato sequestrato. E nell'imboscata che gli è stata tesa sono caduti due agenti federali, uno senza vita e l'altro ferito; due brasiliani. Tutta la Nazione si sente colpita."
Da parte loro, i guerriglieri decisero di non applicare più il principio che proporzionava il valore di scambio del prigioniero alla sua 'importanza', e chiesero la liberazione di quaranta detenuti politici.

Vera
Una foto storica ritrae i 40 liberati, con 4 bambini (ancora oggi, certa stampa parla di '44 terroristi'): sulla destra, si vede una ragazza seduta su una sedia.
È Vera Magalhaes, che aveva la parte inferiore del corpo paralizzata a seguito delle torture; nella foto dello sbarco ad Algeri (di Gerard Depardon per l'Express) la si vede portata in braccio da un altro liberato.
Vera nasce il 2 febbraio 1948 da una famiglia della buona borghesia carioca. Comincia prestissimo a sviluppare una coscienza politica, a 15 anni è attiva nel movimento degli studenti medi. A 20 anni è con la Dissidencia de Guanabara (DI-GB), una frazione distaccatasi dal Partido Comunista Brasileiro (PCB) criticandone le linea pacifista, abbandona le comodità della vita borghese e gli amici per passare alla lotta armata. Partecipa ad azioni di esproprio a banche, supermercati e auto che trasportavano soldi. Alla sua prima azione, un esproprio di armi, mette una parrucca bionda e chiede del fuoco ad una guardia "che fu così ingenuo da posare il mitra per terra!".
Diventa così per il grande pubblico 'la bionda del commando', un cliché che la stampa, in Brasile come altrove, utilizzerà spesso parlando di azioni guerrigliere cui partecipano donne.

I giornali la battezzano 'Bionda 90', adducendo che usa due Colt calibro '45. Lei si schernisce: "Avevo solo una 38, e per giunta una baracca che si inceppava. Come unica donna nel gruppo, dovetti conquistarmi il diritto di avere un'arma migliore."
Nel settembre 1969 la sua partecipazione, come unica donna, all'azione di sequestro dell'ambasciatore americano, la rende la più odiata e la più ricercata dalla polizia.
Pochi mesi dopo, nel febbraio 1970, riesce a sfuggire all'arresto, ma vede ammazzare il suo primo marito, José Roberto Spigner, come lei ventenne. Un mese dopo , durante un volantinaggio nel quartiere Jacarezinho, Vera è ferita da un colpo che le attraversa la testa, ed arrestata.
È un venerdì di Pasqua, quando Vera esce dal coma un militare le chiede qual'è la sua professione. "Sono guerrigliera" risponde. "Allora ti tortureremo come un uomo" dicono gli sbirri, alludendo esplicitamente al Cristo. Fecero di peggio, e di tutto.
Il programma delle torture comprendeva il 'pau de arara' (trespolo sul quale il torturato è appeso a testa in giù), la 'sedia del drago' (una sedia elettrificata), il soffocamento, l'affogamento e ogni sorta di violenza fisica e psicologica.
Con Vera andarono fino a strappare le unghie, ma si concentrarono soprattutto sui genitali; per tre mesi, fino a quando l'ambasciatore tedesco non venne catturato dalla guerriglia.
Vera è a quel punto così malridotta che in giugno, quando è indicata nelle lista dei prigionieri da scambiare con l'ambasciatore tedesco, fanno girare la voce che si si rifiutata di accettare lo scambio.
Ancora 35 anni dopo, lei stessa noterà come questa memoria del falso sia rimasta assurdamente viva. Di fatto, la dovettero trasportare all'aereo per Algeri su una sedia a rotelle; aveva perso 25 chili dei suoi 60, e aveva un'emorragia renale.
La sua sola immagine smentiva il regime per tutte le sue ostinate negazioni della tortura.
Ad Algeri passò tre mesi in cura, e continuò l'esilio passando per Cuba, Cile, Argentina, Germania, Cecoslovacchia, Svezia e Francia, tornando in Brasile dopo l'amnistia del 1979. Ma si portò dietro, sempre, gli effetti fisici e psichici della tortura.
Le conseguenze della tortura appaiono molto tempo dopo. Io mi sono debilitata. Il mio midollo non funziona più. Ma malgrado tutto, non considero che siamo vittime. Siamo soggetti della nostra storia. È così che dobbiamo essere riscattati. Non siamo idioti. Principalmente perché siamo stati capaci di fare un'autocritica. Questo è molto importante. (Correio Braziliense 4.5.2002).
Nel 2002, fu la prima persona torturata ad essere indennizzata dallo Stato, nel quadro della Carovana dell'Amnistia, con una pensione che fino ad allora era stata attribuita solo alle famiglie degli uccisi. "È difficile trasformare sofferenza in denaro. La maggior parte dei miei compagni non l'ha chiesto. Ma i miei problemi di salute lo esigevano"; Vera, oltre ad aver perso la stabilità delle gambe, ha dovuto affrontare problemi renali, cancro, complicazioni per eccesso di medicamenti, e soprattutto crisi psicotiche: "Dalla tortura ho ereditato uno stato di dolore. Vivo con dolore. Non ho smesso di essere torturata. Ho incubi ancora oggi. Ci sono notti in cui non dormo. Sogno i miei carnefici."

Nella lunga intervista-documentario realizzata nel 2004 dalla TV Camara (60', in portoghese, scaricabile qui: avi 282 mb) la sua condizione di sofferenza è visibile nel fisico e nei gesti.
Eppure l'intelligenza, la sensibilità e l'auto-ironia con cui aveva assunto le sue scelte ed affrontato le avversità, ci sono tutte; e questo fa del film un documento storico, da quando, il 4 dicembre 2007, a 59 anni, Vera ci ha lasciati.
(qui accanto, Vera con Cid de Queiroz Benjamin, e sopra, nel manifesto del film 4 Days in September, in cui la sua figura è rappresentata da due personaggi.)

Vie di lotta, traiettorie d'esilio
Ad Algeri, i prigionieri brasiliani liberati sono ospitati al Centre Familial di Ben-Aknoun. Davanti alla stampa internazionale, cominciano a realizzare realizzano quanto importante possa essere testimoniare delle torture, che praticamente ognuno ha subito, fino, come nel caso di Darcy Rodrigues, sergente dell'esercito passato con Carlos Lamarca alla guerriglia, a poco prima della liberazione.

Anche il settimanale germanico Der Spiegel manda, poco tempo dopo, una giornalista a vedere contro chi è stato scambiato l'ambasciatore della Repubblica federale tedesca. Il servizio prende il titolo da una frase dell'operaio metallurgico di Sao Paulo, Aderval Alves Coqueiro: "di notte, mi sveglio ancora nel terrore". Aderval sarà il primo di quel gruppo a rientrare in Brasile, ed a farsi ammazzare: rientrò clandestino il 31 gennaio 1971, ed una settimana dopo, il 6 febbraio, il suo appartamento clandestino a Rio de Janeiro venne localizzato, e la polizia lo fucilò sul posto, simulando poi una 'resistenza all'arresto'.

Un riquadro della rivista, intitolato 'Elettrochoc fino alle 7 di mattina', da spazio al racconto di Carlos Eduardo Pires Fleury, che sotto tortura decise di suicidarsi.
Accettò di rispondere, indicò un appuntamento clandestino che sapeva ormai 'bruciato' e, portato sul luogo come spesso avveniva per intrappolare i compagni, ne approfittò per correre in un negozio. Lì si impossessò di un paio di forbici che si piantò nel petto, sfiorando il cuore. Dovettero ospedalizzarlo, e due giorni dopo ricominciarono a torturalo con la 'sedia del drago'; ma ormai non credevano più di ottenere qualcosa, e dopo un po' smisero di interrogarlo. Anche Carlos Eduardo Pires Fleury rientrò in Brasile per continuare la lotta; nel libro Direito à memória e à verdade si racconta come, il 10 dicembre 1971, sia stato ritrovato in un automobile, crivellato da 12 colpi e con segni visibili di manette ai polsi.
Nel sito dedicato ai 'mortos e desaparecidos politicos', si trovano, oltre ad Aderval Alves Coqueiro e Carlos Eduardo Pires Fleury (vedi anche qui), anche altri due militanti sbarcati ad Algeri: Joaquim Pires Cerveira e Jeová Assis Gomes.

Il reportage dello Spiegel racconta di come i guerriglieri rifugiati a Ben Aknoun amino ritrovarsi passeggiando sotto gli alberi e discutendo per ore, per il piacere di stare insieme, di respirare senza l'angoscia di essere sorpresi dalla polizia, e di come lo facciano toccando le mani o le spalle di chi gli è vicino, quasi ad assicurarsi che questa ritrovata comunità non sia un sogno ad occhi aperti.
Le loro testimonianze sulla tortura sono sempre accompagnate da considerazioni politiche e riflessioni sullo stato della lotta armata, di fronte ad un conflitto che ritenevano sarebbe durato ancora a lungo, almeno dieci o vent'anni. "Non solo per la superiorità del nemico" diceva lo studente Carlos Minc Baumfeld, ma soprattutto perché le masse "hanno un bassissimo livello di coscienza politica".
Lo stesso Carlos Minc è oggi (dal 27 maggio 2008) Ministro dell'ambiente del governo brasiliano.

I guerriglieri appaiono coscienti dei limiti e delle responsabilità della sinistra nel lavoro di politicizzazione di massa. Dice l'ex-sergente Darcy Rodriguez: "Abbiamo riconosciuto che dovevamo rompere con le forme tradizionali di lotta, al momento non ci sono le condizioni, in Brasile, per grandi movimenti di massa, scioperi ed azioni di protesta."
Maria de Brito (nella foto, mostra i polsi accanto a quello che sembra Fernando Gabeira), membro della direzione della VPR e vedova del guerrigliero da cui ha preso il nome l'Unità di Combattimento che li ha liberati: "Siamo più deboli di quanto sembri. E l'altra parte ha più mezzi ed esperienza di noi." Un documento della VPR precisa: "La guerriglia va condotta senza romanticismi. Non è importante formare degli eroi, ma sviluppare una tecnica di combattimento che ogni militante possa far sua."
Nessuno parla di esilio, la convinzione comune è che la liberazione sia solo un passaggio per riprendere la lotta rientrando nel paese.

Al settimanale francese L'Express, che gli chiede dell'ambasciatore USA al cui sequestro aveva partecipato, Daniel Aarao Reis risponde senza mezzi termini:
"L'avreste davvero ucciso?"
"Si, tranquillamente. Non era il nostro obiettivo principale, ma era una questione di principio, senza la quale la sinistra rivoluzionaria ne sarebbe stata completamente demoralizzata. Del resto lo sapeva. Gliel'avevamo detto francamente."

Ci sono aspetti che non vengono pubblicizzati dalla piccola comunità che a Ben Aknoun si è organizzata nominando dei delegati interni.
"Non sempre la capitale mondiale della rivoluzione" scriverà nel 1984 Gabeira parlando di Algeri, "è il punto massimo della libertà di costumi. La mattina seguente a quella in cui fummo sorpresi a dormire insieme [lui e Vera Magalhaes si erano messi insieme e in seguito si sposarono], affrontammo le prime pressioni. Una commissione di compagni dell'ALN brasiliana venne a cercare l'MR-8, l'organizzazione cui appartenevamo, per presentare le sue critiche. Il nostro comportamento morale era compromettente davanti agli algerini.(...) L'organizzazione ricevette la critica con quella serietà mezzo divertita di chi è sorpreso dalla novità e si dispone ad esaminarla con attenzione, ma non arrivammo mai a discutere della questione. Cose più urgenti ci preoccupavano. La rivoluzione brasiliana stentava a tenersi in piedi. (...) Quali erano le cause della sua decadenza?" (in O Crepúsculo do Macho: depoimento, Nova Fronteira).

Ma almeno nella fase iniziale, la tensione principale che convogliava anche l'autocritica, mirava alla riorganizzazione per il rientro. L'Algeria non era vista come una base esterna della guerriglia in Brasile, offriva sì rifugio ma Cuba faceva ben di più.
All'Avana erano già arrivati, dal Messico, i prigionieri liberati dai due precedenti sequestri di diplomatici, e lì era possibile l'addestramento e la formazione, con l'accesso ad ogni genere di corsi, come quello di stato maggiore per i dirigenti.
Ad uno di loro, Mario Japa (Shizuo Ozawa, della VPR, rilasciato in cambio del console giapponese) i cubani chiesero di andare ad Algeri ad invitare gli altri all'addestramento.
Una volta arrivato, alcuni militanti del gruppo di Ben Aknoun lo accusarono di essere diventato un agente cubano. "Si creò una situazione tale, per cui i cubani finirono per mandare una persona a fare un invito ufficiale." Così riporta la storica Denise Rollemberg, in uno dei suoi studi (O apoio de Cuba a luta armada no Brasil).
Molti ci andarono, passando probabilmente per il Punto Zero, il sito vicino all'Avana destinato all'addestramento dei guerriglieri stranieri.

Ma la cosa si inseriva nel quadro dei rapporti con i cubani, tenuti dapprima da Carlos Marighella e alla sua morte da 'Toledo', che lo aveva rimpiazzato alla guida dell'ALN, cioè Joaquim Câmara Ferreira, che aveva diretto il sequestro dell'ambasciatore USA e che venne ucciso nell'ottobre 1970. E non era priva di contrasti, per il moltiplicarsi di scissioni delle organizzazioni armate brasiliane e per i continui tentativi di controllarle e dirigerle dei cubani.

Da Cuba, molti rientrarono in Brasile per morirvi poco dopo, come Carlos Eduardo Pires Fleury, di cui si è detto sopra, il leader, visto da Fidel Castro come il successore di Marighella e di Toledo alla guida della rivoluzione brasiliana, e in realtà dirigente della 'frazione dei 28' formatasi a Cuba e integralmente massacrata in Brasile.
Altri seguirono percorsi diversi, spesso passando dal Cile, dove l'11 settembre 1973, per il golpe del Generale Augusto Pinochet contro il governo di Unidad Popular, parecchi militanti brasiliani si rifugiarono in ambasciate straniere. Algeri restava sempre una retrovia possibile, addirittura per sottrarre un compagno ad un eccessivo potere dei cubani. Domingos Fernandes, uno dei 40 banidos di Algeri, racconta, in un altro approfondimento della Rollemberg (A ALN e Cuba: Apoio e conflitos), di aver rispedito in Algeria, all'insaputa dei cubani, Carlos Eduardo Fayal de Lira, con la scusa che la sua famiglia era arrivata ad Algeri. Da lì fecero in modo che non tornasse a Cuba e che potesse denunciare internamente all'organizzazione l'interferenza dei cubani.
Il vero retroterra oltreoceano non era, per l'ALN di quegli anni, l'Algeria, ma l'Italia; era passando da lì in uscita da Cuba che i suoi militanti ritrovavano la piena autonomia. Questo in forza dell'eccellente sostegno che riceveva da un'ala del Partito Comunista Italiano (PCI). L'ALN poteva addirittura contare su compagni con la 'doppia militanza', ma tutto questo passava lontano dall'ambasciata cubana. Poi con l'arrivo degli esuli si crearono reti d'appoggio.

L'eroe delle tre patrie e il Governatore del Pernambuco
Come direttrice d'esilio in alternativa ad Algeri primeggiava idealmente la Francia, per ragioni storiche riconducibili all'esilio dell'imperatore Dom Pedro II nel 1889 a Parigi, e per la presenza di figure come lo scrittore Jorge Amado e l'architetto Oscar Niemeyer. Tra i 40 banidos sbarcati ad Algeri, spiccava soprattutto la figura di Apôlonio de Carvalho, che fu anche il primo portavoce naturale ed autorevole del gruppo, la cui biografia politica giocò un ruolo nell'apertura della re-emigrazione verso la Francia.
Nato nel 1912, è un giovane ufficiale dell'esercito brasiliano quando, nel 1935, aderisce all'Aliança Nacional Libertadora (ANL), sorta di fronte popolare, e nel 1936 viene arrestato. È espulso dall'esercito, e quando, nel 1937, è liberato, aderisce al Partito Comunista Brasiliano (PCB). Con altri 20 brasiliani parte per la Guerra civile spagnola, arruolandosi direttamente nell'armata repubblicana con cui combatterà sino alla fine della guerra. Con la sconfitta dei repubblicani sarà internato in un campo di concentramento in Francia, da cui evade dopo 18 mesi, nel 1940, per raggiungere la Resistenza. La formazione politica e l'esperienza militare lo portano rapidamente al comando, e ad organizzare azioni come l'attacco della prigione di Nîmes nel 1944, per liberare 23 partigiani prigionieri. Nella Resistenza conosce Renée Laugery, una militante comunista che sposa nel 1943. Nel 1945, è tenente colonnello decorato con la Legione d'onore, la Croce di guerra e la medaglia della Resistenza, e l'anno successivo rientra in Brasile con la moglie ed il primo figlio. Ma poco dopo la nascita del secondo figlio l'attivismo comunista è di nuovo proibito, e la famiglia vive in clandestinità fino al 1953, quando Apôlonio parte in formazione a Mosca. Nel 1957 rientra in Brasile, è membro del Comitato Centrale del PCB, con cui romperà nel 1967, già clandestino a seguito del colpo di stato, per fondare con altri il Partido Comunista Brasileiro Revolucionario (PCBR).
Da Algeri chiede il visto per entrare in Francia, ma dato il suo curriculum politico, il Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) ritiene vada impedito l'accesso ad un 'terrorista comunista', ed il Ministro dell'Interno si oppone. De Carvalho è pubblicamente attivo, va per esempio a Ginevra su invito della Lega Svizzera dei Diritti dell'Uomo (LSDH), e lì le sue dichiarazioni battagliere vengono considerate inaccettabili: il Consiglio Federale ne decreta rapidamente l'espulsione, assieme ad altri due brasiliani; malgrado le proteste della LSDH, di partiti e associazioni, il governo sostiene goffamente che i tre visti erano stati rilasciati "per sbaglio" (Journal de Genève 9.11.1970). Dalla Francia l'Association Nationale des Anciens Combattants et de la Résistence (ANACR) invita Apôlonio de Carvalho fin dal suo arrivo ad Algeri, ma dovrà attendere a lungo.
Nel frattempo suo figlio René Luis è rilasciato con altri 69 prigionieri in cambio dell'ambasciatore svizzero Enrico Bucher, e 'banido' verso il Cile, mentre l'altro figlio, Raul, sarà scarcerato l'anno dopo. La famiglia si ritroverà nel 1973 in Francia, le cui autorità hanno dovuto riconoscere che la moglie e un figlio di Apôlonio sono cittadini francesi.
La rete di contatti che la figura dell'eroe di tre patrie, come lo definì George Amado, apriva, risultò centrale per lo sviluppo del lavoro di controinformazione e denuncia all'estero della situazione brasiliana.
Apôlonio reintrerà in Brasile dopo l'amnistia, e appoggerà fino alla morte, nel 2005, le lotte del Movimento dei lavoratori senza terra (MST). Fu uno dei fondatori del Partido dos Trabalhadores (PT, di cui aveva la tessera n. 1) e ancora recentemente è stato omaggiato dal Presidente Lula da Silva.
(Nella foto, Apôlonio de Carvalho con un Lula ben barbuto)

Un'altra figura parimenti leggendaria spicca nell'esilio algerino, quella di Miguel Arraes che, al momento del primo Atto Istituzionale del colpo militare, nel 1964, era Governatore eletto dello Stato del Pernambuco, in una coalizione progressista. Venne arrestato, perché rifiutò di sottomettersi, ed ottenuta la libertà provvisoria (habeas corpus) si rifugiò nell'ambasciata algerina. Sbarcò dunque per primo ad Algeri, dove restò per 14 anni, ospite del governo che gli mise a disposizione una residenza ed un passaporto diplomatico che gli permise di viaggiare. Aprì e mantenne rapporti con numerosi movimenti di liberazione ed i loro leader, da Amilcar Cabral della Guinea Bissau a Yasser Arafat.
Sotto l'impulso di questo decano degli esuli brasiliani nacque e si sviluppò la Frente Brasileira de Informaçao, il cui infelice acronimo FBI provocava ancora anni dopo il sorriso di Vera Magalhaes.
Creato "per rompere il silenzio col quale la censura della stampa e gli interessi delle grandi agenzie internazionali circondarono le vere condizioni di vita imposte al popolo brasiliano da una sanguinaria dittatutura militare", l'FBI pubblicò il suo Bollettino, oltre che in Algeria, in Francia, in Belgio, in Cile ed in Italia, dove risultava diretto da Pietro Pietrucci.
Migueal Arraes rientrerà in Brasile, il 15 settembre 1979, letteralmente tra le braccia del popolo; sono in duemila ad accoglierlo all'aereporto Galeao, e i suoi spostamenti successivi inducono manifestazioni cui partecipano da 50 a 100mila persone (le fonti sono citate nella tesi di Heloisa Amélia Greco, Dimensoes fundacionais da luta pela amnistia, Belo Horizonte 2003).
Tra le sue diverse testimonianze -nonché le carte del suo archivio in parte pubblicate dopo la sua scomparsa nel 2005- figurano ricordi su cui si ritornerà.

Qui appena quello singolare, di un episodio letteralmente cinematografico, ricordato da un suo amico. Ad Algeri, nel 1965, la deposizione di Ben Bella da parte di Houari Boumedienne era avvenuta, raccontava Arraes, approfittando delle riprese del film di Gillo Pontecorvo 'La battaglia d'Algeri'. I carri armati che si muovevano in città e di fronte al Palazzo del governo erano lì per il film, ma vennero utilizzati come minaccia nella prova di forza che portò alla destituzione del leader.
L'aneddoto è senz'altro molto suggestivo, ma non ha un riscontro reale. Sembra dare per vera una voce che girava per la cosiddetta 'radio trottoir', che come ogni telefono senza fili può avere il potere di 'creare' una notizia.
O forse, perché no, la voce fu creata e fatta circolare di proposito.
(nella foto, Miguel Arraes cond Abdelaziz Bouteflika, che con Boumedienne cacciò Ben Bella, e che è oggi Presidente della Repubblica).
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19.11.09

Quando la memoria si fa vendetta


Ancora due estradizioni

Fatta a pezzi la dottrina Mitterrand, la Francia non si vergogna più di tradire la parola data, di rinnegare l’ospitalità concessa.
Stavolta sono due ex-militanti tedeschi degli anni ’70 a subire la vendetta di Stato.
La loro storia ripropone le assurdità di quella di Paolo Persichetti, Cesare Battisti e Marina Petrella.

Come i militanti italiani, anche Sonja Suder (oggi 76 anni) e Christian Gauger (68) si erano rifugiati in Francia, dopo aver militato nelle Revolutionäre Zellen (RZ), organizzazione autonoma di cui s’è parlato nel post sulla strage di Bologna.

Sonja e Christian arrivano in Francia nel 1978 e vivono a Lille, una cittadina di provincia, dove campano da ‘brocante’ con pochi soldi, recuperando, riparando e rivendendo oggetti al mercato delle pulci.

Nel 2000, vengono arrestati su mandato estradizionale della Repubblica Federale Tedesca, che rimprovera loro la partecipazione a tre azioni incruente : nell’agosto 1977 le esplosioni contro la ditta MAN di Norimberga e la ditta KSB di Frankenthal, e nel maggio 1978 l’incendio al castello di Heidelberg.
Gli attacchi furono rivendicati dalle Revolutionäre Zellen (RZ), che accusavano le due imprese di produrre compressori e pompe per il nucleare, esportandole tra l’altro verso il Sud Africa, dove vigeva l’apartheid razzista (siamo al tempo del massacro del ghetto di Soweto, con Nelson Mandela incarcerato come terrorista), ed il sindaco di Heidelberg della politica di distruzione di quartieri cittadini per farne delle zone destinate ai ricchi.
[‘Gentrificazione’, dall’inglese gentry, nobile, è il neologismo che oggi si usa per indicare questi processi di modificazione classista del territorio urbano.]

Ulteriore accusa contro Sonja, era di aver contribuito al reclutamento nelle RZ di Hans-Joachim Klein e all’organizzazione logistica dell’attacco alla sede dell’OPEP a Vienna nel 1975.

Tre mesi dopo quel primo arresto sono messi in libertà provvisoria su cauzione ed in seguito la corte parigina emette un ‘avviso sfavorevole’ all’estradizione.
La possibilità di perseguire i due viene negata alla Germania poiché i reati sono, secondo il diritto francese, prescritti per i molti anni passati dagli avvenimenti.

Sonja e Christian, il cui rifugio in Francia sembra solidamente garantito da una sentenza definitiva, riprendono così una vita ‘normale’ da esiliati, per la prima volta alla luce del sole. Per la prima volta dopo 22 anni, possono allacciare rapporti sociali apertamente, senza nascondersi, ed entrare in contatto anche con altri esiliati, tra cui gli italiani, che offrono loro appoggio solidale.
Per Christian la ritrovata condizione di legalità è inoltre particolarmente importante, poiché gli permette di accedere alle cure mediche di cui ha urgente bisogno, per i gravi problemi cardiaci di cui soffre.

Ciò che invece sta proprio in quegli anni cominciando a cambiare, è la politica di asilo del governo.
Dall’elezione del socialista François Mitterrand alla Presidenza della Repubblica, nel 1981, la Francia aveva preferito non estradare gli ex-militanti rifugiatisi sul suo territorio.
Il principio seguito era quello dell’ospitalità verso chi, esiliandosi apertamente e quindi rispettando le leggi del paese che li accoglie, avesse rinunciato alla lotta armata.
Quali che fossero le sentenze nelle procedure d’estradizione verso l’Italia, e cioè anche in caso di “parere favorevole all’estradizione”, la Francia non rimpatriava i rifugiati politici di fatto.
Indifferenti a tentativi e proteste delle autorità italiane, tutti i governi francesi continuarono a seguire questo principio, che aveva del resto un aspetto utilitario di un certo rilievo, almeno nei primi anni: evitare la clandestinità sul proprio territorio di centinaia di ex-militanti, ed evitare così di spingerli di nuovo all’illegalità.

Dopo i famosi attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, tutto cambia: ora il principio si chiama ‘tolleranza zero’.
Il 25 agosto 2002 viene eseguita nel giro di poche ore l’estradizione di Paolo Persichetti, che da 8 anni era stato lasciato lavorare e studiare alla luce del sole.
Seguirà Cesare Battisti, anche lui ‘legalizzato’ con un permesso di soggiorno, dopo aver subito, 13 anni prima, un processo estradizionale risoltosi con un “parere sfavorevole”, che è ri-arrestato nel 2004 e ri-processato fino ad ottenere un “parere favorevole” (per gli stessi reati del precedente "parere sfavorevole").

Nel 2007 è di nuovo la volta di Sonja e Christian.
Vanno in farmacia a prendere delle medicine e vengono catturati: “un agguato puro, come nel caso di Paolo”, commentano.
E come nel caso di Cesare, di nuovo un processo estradizionale per le stesse accuse, fino ad ottenere un “parere favorevole”, che arriva nel febbraio 2009.
Questa volta, per cappottare la prima sentenza, i giudici dicono che i termini di prescrizione applicabili sono quelli tedeschi.
E subito, nel luglio 2009, il Primo ministro François Fillon firma il decreto d’estradizione, che viene comunicato a fine ottobre.

Accuse senza atti
Sonja e Christian, difesi dall’avvocato Irène Terrel, hanno ancora un ricorso aperto al Consiglio di Stato. Il loro pessimismo è purtroppo legittimo.
“Se ci estradano, finiamo in prigione a Hessen. Gli avvocati tenteranno ovviamente di tirarci fuori, ma chissà quando tempo occorrerà per il processo. Sarà messo in cantiere quando saremo nel paese. Anche gli atti non li si riceve prima, e così non si può neppure preparare una strategia difensiva.”
Ciò che si sa, è che il loro coinvolgimento nei procedimenti penali contro le RZ (sui gruppi Revolutionäre Zellen e Rote Zora si è detto nel post sul caso Thomas Kram), è dovuto alle dichiarazioni del 1978 di un altro militante, Hermann Feiling.

Hermann Feiling, all’epoca studente di 26 anni, venne colpito dall’esplosione di una bomba che era destinata al consolato argentino di Monaco per protesta contro la feroce repressione scatenata dalla dittatura militare.
Quel 23 giugno 1978, l’esplosivo, che avrebbe al più rotto qualche mattone del muro consolare, lo ridusse in fin di vita.
Il suo ‘interrogatorio’ cominciò meno di 24 ore dopo le operazioni chirurgiche d’urgenza che dovette subire.
Le autorità volevano approfittare della situazione per “penetrare nelle Cellule Rivoluzionarie” -come dichiarò il Procuratore federale Kurt Rebmann in una conferenza stampa il 4 luglio- di cui conoscevano poco o niente.

Ti è esplosa una bomba sulle ginocchia: hai perso le gambe (amputazioni sopra la coscia), e gli occhi (estrazione dei bulbi oculari).

Sei rintronato, letteralmente (epilessia post-traumatica), e i tuoi sensi sono alterati (lesioni cerebrali alla funzione della memoria).

Un essere umano in queste condizioni ha bisogno di aiuto, di cure, di protezione.

Negargliele per intero, esercitando un potere assoluto sulle sue condizioni, è un trattamento inumano.

Nel buio in cui hai paura di essere abbandonato, qualcuno ti fa capire di volerti aiutare, di essere dalla tua parte.

Sei circondato solo da investigatori, procuratori, guardiani e personale medico, ma hai sentito un nome che credi sia del tuo avvocato, e quelli sono tutto il ‘tuo’ ambiente sociale che ti ‘sostiene’, l'unico contatto che ti racconta il mondo che non vedi più.

Hai un male cane, ti riempiono di medicine (Dipidolor, a base di morfina, Valium a siringate) che ti rendono ancora più strano, ma ti alleviano il dolore, e loro ti parlano, ti chiedono.

Così è stato ‘sentito’ Heiling, a cominciare dalla clinica universitaria in cui venne ricoverato d’urgenza, isolato per quattro mesi da ogni contatto con familiari, amici e difensori; questa misura di ‘Kontaktsperre’, usata nei regimi di reclusione più duri per i ‘terroristi’, non era neppure basata su un ordine di arresto, e addirittura ‘Der Spiegel’, il settimanale del gruppo Springer nemico giurato dei terroristi, se ne mostrò sorpreso.

L’articolo che lo Spiegel pubblicò a commento del processo, nel novembre 1980, si chiedeva:
Un uomo senza gambe né occhi sul banco degli accusati. Combattere i terroristi a qualsiasi prezzo?

Nella sua dichiarazione al processo, Hermann Feiling ebbe a dire:
La mia condizione di pericolo di vita, il traumatismo dopo l’accecamento, il mio assoluto disorientamento, la mia totale impotenza capitarono al momento giusto per investigatori, dopo anni di frustrazioni. Le 1330 pagine di verbali, che proverrebbero da me, sono il frutto di quella situazione. Lì ci sono anche persone del mio fantastico mondo dei sogni di allora che vengono chiamate in causa in relazione alle RZ, o vengono accusate persone che io non ho mai conosciuto.
Un paio di luminari della contro-guerriglia media attesteranno che Hermann era in perfette condizioni per rispondere coscientemente agli interrogatori, magari non da subito, ma quasi. (vedi le perizie del Prof. Mentzos e del Prof. Jacob)

Dell’uso della malattia come strumento di indagine, di cui s’è parlato recentemente in Italia (per il suicidio di Diana Blefari Melazzi) c’è un altro episodio che sembra ricalcare quello di Hermann Feiling.

Nel 2002, in Grecia, il pittore di icone Savvas Xiros ebbe pure lui un incidente con una bomba, che gli costò tra l’altro le mani.
E pure lì la polizia brancolava nel buio da anni e saltò sull'occasione.
L'organizzazione clandestina cui davano la caccia si chiamava 17 Novembre, e nessuno dei suoi membri era stato mai identificato.
Con le 'interviste' ad un uomo in brandelli riuscirono a prenderne i militanti e ad irrorarli di ergastoli.
Giustificarono poi i metodi da 'Guantanamo greca' dicendo che Savvas non era in stato di arresto, e tutti quegli incappucciati che lo circondavano erano li 'per proteggerlo'.

Le ragioni dell'accusa
Le narrazioni di Hermann Feiling sono dunque il primo pilastro dell'accusa, che vorrebbe fare a Sonja e Christian un ennesimo 'ultimo processo alle RZ'.
Ennesimo, perché già il processo conclusosi il 19 febbraio 2009 a Stammheim era stato chiamato così dalla stampa (vedi Il processo a Thomas K., anche per alcuni tratti storici e politici delle RZ).

Il secondo pilastro dell'accusa è costituito dalle dichiarazioni di un pentito, Hans-Joachim Klein, che ha raccontato che Sonja lo avrebbe messo in contatto, nel 1975, con il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina ‘External Operations’(PFLP-EO) per organizzare l'attacco alla sede dell'OPEP di Vienna.
Klein fece da 'testimone della corona' (Kronzeuge, delatore premiato) in quel processo e ne ottenne in cambio la libertà (fece 3 degli 8 anni di condanna, anziché tre ergastoli).
Il tribunale di Francoforte assolse però Rudolph Schindler, altro ex-militante delle RZ accusato degli stessi fatti rimproverati ancora oggi a Sonja, perché ritenne Hans-Joachim Klein completamente inattendibile.

Anche questo secondo 'pilastro' è di sabbia, tanto che ci si chiede che senso abbia mantenere un mandato di cattura internazionale, perché spingere tanto una procedura d'estradizione, per accuse così fragili e dopo 34 anni dai fatti?

"Mancanza di pentimento e di disponibilità a cooperare vanno punite, altrimenti non non si faranno più accordi e nemmeno paura. Quando dei militanti della sinstra se la cavano, è una piccola, ma fondamentale trasgressione della ragion di Stato."
Così commenta Analyse&Kritik ('Non perdonare nulla, non dimenticare nulla' Nr. 538/17.4.2009), e che ci sia voglia di esemplarità in è l'unica spiegazione sensata di questo caso.

La vedono anche Sonja e Christian: "... si crede, con un processo come questo, di poter dimostrare alla nascente resistenza che nessuno se la cava."

La memoria giudiziaria
Da parte sua, il Ministero pubblico di Francoforte si nasconde dietro il dito della legalità: "Noi dobbiamo perseguire fino alla prescrizione", dice la sua portavoce Doris Möller-Scheu "e da noi l'omicidio non va in prescrizione." Omicidio? Allude alle vittime dell'attacco all'OPEP, cui Sonja non ha partecipato, non ve ne sono altre possibili perché la violenza praticata dalle RZ escludeva il ricorso all'assassinio politico.

Ciò che è in realtà successo, è che la seconda richiesta di estradizione si è basata soprattutto su una nuova, grande disponibilità francese a collaborare nella repressione a tolleranza zero, ed ha approfittato di un nuovo accordo bilaterale che consente di tenere conto dei termini di prescrizione non del paese richiesto, come è stato sino ad ora in tutte le Convenzioni d'estradizione, ma del paese richiedente.
E in Germania i termini di prescrizione per reati con uso di esplosivo sono stati aumentati a 40 anni, mentre in Francia, come si è visto, tutti i reati di cui sono accusati Sonja e Christian sono ormai prescritti.

Con l'istituto della prescrizione lo Stato sancisce un termine temporale oltre il quale esso rinuncia a perseguire e punire un reato. Il trascorrere del tempo assume dunque il ruolo di recidere definitivamente il legame tra reato e pena.
Tra le ragioni che fondano la memoria giudiziaria come limitata nel tempo -e inevitabilmente seguita dall'oblio giudiziario- spiccano due orientamenti: uno è di prospettiva garantista, che vede la prescrizione come una forma di tutela del cittadino dall'ingerenza dello Stato (senza necessariamente esplicitare un diritto soggettivo alla prescrizione); un altro è di ordine utilitaristico, che vede nel lungo trascorrere del tempo la perdita dell'interesse dello Stato a punire, stante che non può più invocare la necessità di integrare l'ordine pubblico turbato dal reato.
Sul piano che il diritto chiama di 'prevenzione speciale', si considera che il tempo, incidendo anche sulla natura psichica della persona, la trasformi, sicché la pena che arrivi tardi, quando il legame tra autore e fatto è ormai dissolto, colpirà un individuo ormai diverso, sul quale non avrà alcun effetto rieducativo.
Una punizione tardiva rispetto al reato, priva d'una ragione di essere, non può che apparire una vendetta.
Salvo che la concezione della pena come controllo sociale non necessiti di un 'esempio', del monito 'puniremo sempre e comunque ogni atto di ribellione sociale': una scelta integralmente politica che non ha più nulla a che vedere con considerazioni giuridiche.

La prescrizione, che costituisce una rinuncia preventiva al potere repressivo dello Stato, non esiste nei paesi anglosassoni ordinati secondo la 'common law'.
La loro memoria giudiziaria è in questo senso assoluta e senza fine. L'oblio lì interviene prima, poiché essi conoscono la discrezionalità dell'azione penale, che pure permette la rinuncia preventiva alla repressione.
Gli USA hanno così chiesto ed ottenuto l'arresto estradizionale, in Svizzera, del regista franco-polacco Roman Polanski, per il reato di rapporti sessuali illeciti con una minorenne.
Per l'ordinamento svizzero, il reato è largamente prescritto, ma la Confederazione si è pecorescamente sottomessa ad un accordo bilaterale con gli Stati Uniti che fa prevalere la legge statunitense, e dovrà estradarlo.

Che c'entra, è presto detto.
Il Presidente francese Nicolas Sarkozy, che deve autorizzare la consegna di Sonja e Christian, ha pubblicamente protestato contro l'arresto estradizionale di Polanski, scandalizzandosi del fatto che il giudizio venga dopo 32 anni, quando ormai l'interessato ne ha 76.
Ne ha parlato in un'intervista a Le Figaro il 15.10.09, poi Le Monde del 27.10.09 ha messo in relazione la su affermazione con il caso di Sonja Suder e Christian Gauger.
L'articolo di Le Monde sul caso ripete però un luogo comune che non corrisponde alla realtà storica, poiché dice che le Cellule Rivoluzionarie erano "un'organizzazione vicina alla Rote Armee Fraktion", mentre in realtà le due formazioni non avevano legami, né organizzativi né politici. Ma erano senz'altro assai poco conosciute fuori dalla Germania.
In un riquadro, Le Monde segnalava ancora che era in preparazione una lettera a Sarkozy. Ora è stata fatta e gli è stata inviata. Eccola.



Lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica da alcune persone senza qualità né titoli particolari

Signor Presidente della Repubblica,
Lei ha affermato, a proposito dell'affare Polanski: "Pronunciarsi trentadue anni dopo i fatti, ora che l'interessato ha settantasei anni, non è buona amministrazione della giustizia" (Le Figaro del 16.10.2009). In questo enunciato Lei non ha espresso una semplice opinione, ma ha invece richiamato un principio fondamentale del diritto, evocando la necessità imperativa di limiti temporali all'esercizio della giustizia penale, principio affermato ‘in dottrina, norma e giurisprudenza’. Senza il quale, una giustizia che si pretendesse ‘infinita’ diverrebbe una teologia della vendetta.

Sul caso che è all'origine della Sua essenziale messa a punto, è stato scritto, Signor Presidente: “esiste un solo argomento a favore di Polanski, ma decisivo: il tempo...”.
Già il diritto romano considerava che il trascorrere dei decenni estingue progressivamente la turbativa provocata dall'atto originario, “e ciò traduce, in tutte le culture, un più alto principio di civiltà”. Se ci si attiene a questo principio, nessun privilegio quindi, per chicchessia, soltanto ‘una difesa logica, generale, uguale per tutti’.
Converrà, Signor Presidente che evocarlo in un caso per derogarne in seguito l'applicazione in un altro caso sarebbe peggio ancora che ignorarlo.
Orbene, nel momento stesso in cui Lei rilasciava questa dichiarazione, due cittadini tedeschi, Sonja Suder e Christian Gauger, rispettivamente di settantasei e sessantotto anni di età, si vedevano notificare un decreto di estradizione in forza di accuse risalenti a più di trent'anni e riguardanti fatti a carattere politico, sopravvenuti nel contesto dei movimenti sociali radicali degli anni settanta in Germania.

ScrivendoLe, signor Presidente, ci siamo fatti divieto di far valere come argomenti i nostri affetti e i nostri specifici giudizi di valore sui contesti storici e sociali e a fortiori sulle persone: ci siamo imposti di attenerci qui alla sola lettera del diritto.
Con questa decisione che spetta esclusivamente all'esecutivo, lo Stato di cui Lei è il primo magistrato, potrebbe a termine consegnare alla giustizia tedesca due persone in vista di un processo che si svolgerebbe ben al di là dei ‘termini ragionevoli’ richiesti per un ‘processo equo’.
L'estradizione di Sonja Suder e Christian Gauger significherebbe comunque consegnarli a una lunga detenzione preventiva, dal momento che in forza delle disposizioni in vigore in Germania, rimangono pur sempre degli imputati in attesa di giudizio. Ci sembra inoltre importante ricordare che quest'uomo e questa donna hanno già sofferto di questa ‘giustizia che non rinuncia mai’.
Nel 2001 infatti, la Sezione istruttoria della Corte d'Appello di Parigi li ha dichiarati non estradabili poiché la Germania imputava loro fatti prescritti in diritto francese. Ciononostante, questa stessa sezione li ha giudicati estradabili per gli stessi fatti, sulla base della Convenzione di Dublino, appena introdotta, secondo la quale i dispositivi di prescrizione che governano l'estradizione sono ormai quelli del paese richiedente. Orbene, l'applicazione di questa convenzione al caso di Sonja Suder e Christian Gauger calpesta due principi essenziali dei diritto: ‘l'autorità della cosa giudicata’ e il carattere non retroattivo dei testi repressivi allorché essi aggravano la situazione degli imputati.

Non possiamo credere, signor Presidente, che Lei non applicherà a queste due persone il criterio che ha pubblicamente difeso. Tanto più che esse rientrano pienamente nella ‘clausola umanitaria’ prevista dai testi internazionali. Non fosse che per questi due motivi, s'impone l'annullamento dei decreti di estradizione nei confronti di Sonja Suder e Christian Gauger.
Ci sembra inoltre signor Presidente che da questo principio di ‘civiltà giuridica’ che la Francia rivendica, derivi inoltre la decisione di non procedere a nessuna estradizione per fatti risalenti a più di un quarto di secolo.

Ecco quello che volevamo dirLe signor Presidente, noi che siamo oggi inquieti per le minacce che pesano sulla vita di Sonia Suder e Christian Gauger.
La ringraziamo dell'attenzione che vorrà riservare al nostro appello.

Parigi, 5 novembre 2009
Jean-Michel Arberet
Emmannuelle Bastid
Jean-Pierre Bastid
Claire Blain-Cramer
Gilles Berard
François Chouquet
Guido Cuccolo
Claudio Di Giambattista
Aitor Fernández-Pacheco
Claudio Ielmini
Mouloud Kaced
Janie Lacoste
Ezio La Penna
Lucia Martini-Scalzone
Elda Necchi
Isabelle Parion
Claudine Romeo
Luigi Rosati-Elongui
May Sanchez
Oreste Scalzone
Gianni Stefan
Hanlor Tardieu


L'indirizzo email per sottoscrivere la lettera è: contact[at]stopextraditions.info


Il sito per Sonja e Christian: http://sonjachristian.info.
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8.11.09

Materiali sul caso Battisti


News dal Supremo


Si è già detto, in un post precedente, di come il Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano offra una notevole trasparenza sui propri atti grazie al suo sito web, che consente al pubblico di seguire l'andamento di processi in corso, come quello per l'estradizione di Cesare Battisti [si veda qui Ext. 1085].
C'è di più: le udienze vengono diffuse in diretta televisiva ed ora anche via YouTube.
La TVJustiça include le udienze del STF tra i suoi programmi, accessibili anche in rete. Sarà così possibile, per chi lo voglia, seguire la prossima udienza (12.11.09) della causa Battisti via Internet, occorre collegarsi a questa pagina tenendo ovviamente presente la differenza di fuso orario con quello di Brasilia.
Su YouTube, il Supremo ha aperto un proprio canale ufficiale, dove si possono vedere le registrazioni dell'udienza del 9 settembre 2009. Com'è noto, durò circa 9 ore, e seguire i 15 video per intero non è certo facile.
Nella stessa udienza, oltre che sulla domanda di estradizione, si discute e decide anche sul 'mandado de segurança' che l'Italia ha sollevato contro la decisione del Ministro di giustizia di concedere rifugio politico all'ex militante italiano.

Con pratiche e modi tutti italiani, il Ministro di giustizia è stato messo 'sotto accusa' davanti al Supremo, senza neppure aver la possibilità di esprimersi, come ha notato il giudice Eros Grau nel suo intervento. Come si può anche leggere nella sua dichiarazione di voto (p.6), Eros Grau definisce molto grave l'iniziativa ed il modo in cui si presenta. Perché il Ministro di giustizia, di fronte a delle affermazioni molto serie come quelle fatte dall'Italia, dovrebbe poter disporre del diritto di difendersi non solo in quanto Ministro, ma anche personalmente: l'accusa italiana parla infatti esplicitamente di un atto compiuto "con l'obiettivo di ostacolare il processo di estradizione", costruito su "affermazioni false" e addirittura mosso "da interesse personale".

Questo è uno dei 15 video del STF, con l'intervento del Ministro Joaquim Barbosa, che pure ha votato contro il mandado de segurança e per l'estinzione della pratica di estradizione di Battisti:


Dice il ministro Joaquim Barbosa, ai minuti 2'30''-4'54'' :
Apro qui una parentesi per commentare un aspetto di questa procedura che ben illustra la mia perplessità sul dover discutere il 'mandado de segurança'.
Perplessità che riguarda anche l'arroganza con cui la Repubblica Italiana tratta anzi litiga, in questo caso, come ben ha dimostrato dalla tribuna l'illustre avvocato Barroso.
È che la documentazione dimostra come la Repubblica Italiana fece una prima richiesta di estradizione, che venne respinta dal Governo francese. Contro quella decisione non presentò ricorso, come fa ora qui, e come avrebbe potuto.
Al contrario, rimase inerte per più di 12 anni aspettando il cambiamento della composozione politico-ideologica del Governo della Francia.
Qui invece, non solo viene a contestare in modo raramente aggressivo la decisione del Governo brasiliano, al punto che l'ambasciatore accreditato presso il nostro Paese ha avuta l'audacia di sollecitare insistentemente udienza a questo membro della Corte, per portare, in un'udienza priva della necessaria trasparenza, le ragioni della Repubblica Italiana.
Devo dire che mi rifiutai di riceverlo da solo, perché ritengo inappropriato questo tipo di gestione nei confronti di una Corte di giustizia di un paese sovrano, da parte di un rappresentante di una potenza straniera.
Questo perché ritengo che la corretta interlocuzione degli agenti diplomatici stranieri vada fatta con gli organi competenti previsti dall'ordine giuridico brasiliano, e questo è il Ministero degli affari esteri. Con tutto questo, indicai al mio gabinetto di mettere in agenda una riunione nella quale fossero presenti l'avvocato della Repubblica Italiana, accompagnato dal signor ambasciatore, e dall'altro lato il rappresentante legale dell'estraditando. E così si fece. (...)
La relazione del ministro Cezar Peluso è in questo documento di 150 pagine che comprende la sua dichiarazione di voto:

Peluso conclude per l'estradizione di Battisti, "sotto la condizione formale della commutazione della pena dell'ergastolo in una pena detentiva non superiore a 30 anni, con detrazione del periodo in cui è incarcerato in questo paese" (ultimo paragrafo).
Nell'esposizione, il relatore aveva ricordato l'Italia aver chiarito che l'ergastolo "non implica che i condannati a tale pena debbano permanere detenuti in prigione per tutta la durata della vita". Ed aver presentato una nota analitica che spiega come il sistema penitenziario italiano attui l'articolo 27 paragrafo 2 della Costituzione, che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione" (pag. 4).
In seguito, aveva richiamato la giurisprudenza, che afferma "L'estradizione sarà accolta dal STF soltanto se, trattandosi di delitti punibili con l'ergastolo, lo Stato richiedente assuma formalmente, davanti al Governo brasiliano, l'impegno a commutarla in una pena non superiore alla durata massima ammessa nella legge penale del Brasile."

Si noti che non è, questo, un argomento della difesa, ma una coerente applicazione della legge e della sua più attuale interpretazione.
Una pubblicazione dello stesso STF ricorda il cambiamento di giurisprudenza avvenuto con la sentenza citata e menziona l'ultima sentenza che lo afferma, firmata dal proprio Gilmar Mendes nel 2007 (pag. 15):


Nel caso di una decisione favorevole all'estradizione, questa clausola passa nelle mani del Governo, che deve decidere di consegnare l'estradato. Se vuole estradarlo, deve ritenere di avere la garanzia formale che l'ergastolo 'con 6 mesi di isolamento diurno' è commutato in una pena non superiore a 30 anni.
Trattandosi di una sentenza passata in giudicato, per l'Italia non sarà facile trovare una soluzione che al Presidente brasiliano Lula non suoni una presa in giro.
Gabellare, come ha fatto sin qui, le possibilità di allentamento del regime carcerario (permessi di uscita, semilibertà, liberazione condizionale, liberazione anticipata, lavoro esterno) per dire che l'ergastolo italiano è 'virtuale', non basterà.
I benefici del regime di progressiva reintegrazione sociale del condannato esistono anche in Brasile per la massima pena di reclusione, che appunto è di 30 anni.

La 'via dei furbetti', l'Italia l'aveva già tentata con il Ministro di giustizia Clemente Mastella. Questi aveva scritto al Brasile quanto citato sopra da Peluso ("l'ergastolo non implica il carcere a vita", vedi il Corriere della Sera 6.5.07), indiscrezione allora non smentita ed ora confermata: questa è la trasparenza all'italiana), venne attaccato dalla destra e dai 'parenti delle vittime' (La Stampa 7.5.07) con cui 'si scusò' e fece marcia indietro; i primi due paragrafi dell'articolo riprodotto qui (il Giornale 8.5.07)

sono chiarissimi: il Ministro italiano afferma aver assicurato alle autorità brasiliane che Battisti non sconterà un vero ergastolo, solo al fine di ottenerne l'estradizione, e garantisce 'assolutamente' che Battisti non godrà di alcun beneficio penitenziario: "Insomma l'esatto contrario di quanto affermato nella lettera", conclude il quotidiano di destra.

Ciò provocò l'invio di una lettera aperta degli ergastolani italiani al Presidente Lula [vedi qui o qui] come ricorda l'unico articolo recente apparso in proposito, su l'Altro, che dice inoltre come l'attuale Ministro di giustizia, Angelino Alfano, segua la stessa linea di convincere il brasiliani che l'ergastolo italiano sia solo "un concetto virtuale" e che non oltrepasserebbe i 26 anni di reclusione. E chiarisce:
La concessione della liberazione condizionale, dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, resta solo un'ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura, per altro difforme da tribunale a tribunale e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva che lega il fine pena ad atti pubblici di contrizione e pentimento degni dell'epoca dell'inquisizione. La legge per altro esclude tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro (oltre 500 sono in regime di 41 bis). I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle.
Su fondo di galera
Gli scenari possibili vedono sia l'eventualità che il Supremo respinga la domanda d'estradizione (per la possibile partecipazione al voto del ministro Toffoli appena nominato al STF, o per l'eventualità che il presidente del STF Gilmar Mendes non voti in caso di parità lasciando valere il principio favor libertatis) sia che la domanda venga accolta dal STF e che il Governo si debba pronunciare sull'esecuzione effettiva dell'estradizione di una persona cui ha concesso rifugio.

Questa seconda ipotesi appare la più probabile; lo stesso Ministro Genro, nella sua unica intervista ad un giornale italiano (Liberazione 11.10.09 vedi riquadro)

afferma che in caso di parità, il presidente del Supremo darà il voto decisivo (chiaramente in favore dell'estradizione).
Questo esito corrisponde all'intento politico delle manovre di Gilmar Mendes e della destra del paese: cogliere l'occasione di mettere in difficoltà, in concomitanza con la campagna elettorale per la Presidenza, il Governo che offre rifugio ad un "terrorista e criminale" di cui l'autorità giudiziaria ha deciso l'estradizione.
I termini dello scontro sono politici e tutti interni al Brasile, e verteranno su questo conflitto di poteri tra massime autorità.
Gilmar Mendes dovrà dar prova di creatività giuridica nella sentenza, per disarmare la condizione esplicita di commutazione della pena, il cui controllo sarà di competenza del Governo e di Lula.
Tarso Genro, Ministro di quel Governo, diffficilmente si rimangerà la sua decisione di concessione del rifugio [qui] - parzialmente tradotta qui].
In quella decisione, si citavano i rapporti di Amnesty International sull'Italia, fin'ora quasi irreperibili. Sono adesso accessibili, grazie al prof. Carlos Lungarzo, che ha aperto un sito sul caso Battisti.
I Rapporti annuali sul periodo 1976-82 sono qui:

La serie seguente, sugli anni 1983-89, è consultabile e scaricabile qui.
Sullo stesso sito si trovano i singoli rapporti annuali in pdf.
Ed ancora, sempre li:
le sentenze dei processi contro i PAC che condannano Battisti, del 1988, del 1990 e con l'iter storico, e quella del 1993. Sono riprese dal sito dell'Associazione vittime del terrorismo, e risultano più difficilmente comprensibili del linguaggio giuridico brasiliano (un confronto sulla trasparenza ed accessibilità di documenti sarebbe impietoso per l'Italia);
-la lettera di Battisti ai giudici del Supremo, del 26.2.09
-la lettera dell'ex Presidente italiano Francesco Cossiga a Cesare Battisti, del 6.2.2008
-"Il caso Battisti" pubblicato dalla redazione di Carmilla nel 2004 :


Quanto al Cesare in carne ed ossa, resterà probabilmente ancora in carcere. Una notizia sulla pagina di accompagnamento processuale del STF fa riferimento ad un'udienza che si dovrebbe tenere a Rio de Janeiro il 23 novembre 2009, per giudicare la causa contro di lui per i documenti falsi. È un modo che evita al STF di pronunciarsi sulla sua scarcerazione, e che permetterà all'Italia di non scontare, come invece dichiarato dal relatore Peluso, il tempo di carcerazione in Brasile dal computo della pena da eseguire.
Proprio in questi giorni il Supremo ha respinto la domanda di un estradato in Italia, che voleva fosse intimato dall'STF alle autorità italiane il rispetto della decisione di estradizione sul computo del carcere estradizionale. La sentenza (caso Nigretti, Ext. 1005) non è ancora pubblicata, ma l'argomento del STF sembra essere che la carcerazione in Brasile fosse 'anche' per reati locali - in quel caso reati legati al traffico di droga, ma lo stesso varrà per l'uso di documenti falsi di Battisti.
In ogni caso l'udienza del 12 novembre aprirà una nuova fase, in cui lo scontro si giocherà soprattutto sul piano politico e della comunicazione, i giudici non avendo più, una volta emanata la sentenza, occasione di pronunciarsi.

Post precedenti sul tema:
Cesare Battisti accolto in Brasile
Informazione e comunicazione nel caso Battisti
Il fantasma di Copacabana colpisce ancora
L'intervista a Cesare Battisti
Tutti pazzi per Battisti?


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3.11.09

Carlos Marighella


Non ebbe tempo per avere paura


Augusto Marighella era un emigrante italiano, era meccanico, ateo ed anarchico.
Giunto da Ferrara a Salvador de Bahia, in Brasile, s’innamorò di Maria Rita do Nascimento, una discendente dell’etnia Haussa, e la sposò.
Gli Haussa erano tra gli schiavi catturati tra Niger e Nigeria del nord, e a Salvador, porto americano più vicino all’Africa e dunque tappa strategica della rotta degli schiavi, si sollevarono già nel 1807 (la schiavitù fu abolita in Brasile solo nel 1888, con la Lei Aurea).

Il felice meticciato di Augusto e Maria Rita produsse sette mulatti.
Vivevano nella Baixa do Sapateiro -un quartiere che i lettori di Jorge Amado hanno visitato nei suoi romanzi- quando, il 5 dicembre 1911, misero al mondo quello con gli occhi verdi, e lo chiamarono Carlos.

Quasi 68 anni dopo, il 4 novembre 1969, la notizia della morte di Carlos fece il giro del mondo.

Carlos Marighella era il principale dirigente della Açao Libertadora Nacional (ALN), un’organizzazione “embrione dell’esercito rivoluzionario, forza armata del popolo, l’unica capace di distruggere le forze armate della reazione, abbattere la dittatura ed espellere l’imperialismo”. L’ALN rompeva la concezione del partito della tradizione marxista-leninista eliminando, secondo Marighella, “il complesso sistema di direzione con tutti i suoi passaggi intermedi ed una direzione numerosa, pesante e burocratica”.

Carlos Marighella viene sorpreso da un’imboscata della polizia alle 8 di sera nell’Alameda Rio Branco, a San Paolo. Clandestino, va ad un appuntamento fissato con dei frati dominicani; la trappola è stata costruita dopo che questi, torturati, lo avevano rivelato agli sbirri.

Il volume di fuoco che gli viene scaricato addosso è enorme. Restano sul terreno due altri morti, una poliziotta ed un passante, ed un altro poliziotto è ferito.
Eppure non vi fu un conflitto a fuoco, Marighella non ebbe neppure il tempo di pensare ad estrarre la sua pistola. Ma era ormai divenuto il nemico pubblico numero uno della dittatura militare, e i 29 (40 secondo altre versioni) uomini del DOPS (Dipartimento dell’ordine politico e sociale), comandati da Sergio Fleury, erano ansiosi di attribuirsi il prestigioso trofeo. Seguì la messinscena, il cadavere messo in un maggiolino Volkswagen e la versione ufficiale della sua reazione armata all’ordine di arrendersi dato dal delegato Fleury.

Solo nel 1996, con il lavoro d’inchiesta della Commissione speciale per i morti e i desaparecidos, la versione ufficiale fu contestata e fu provato che Marighela era stato ucciso con un tiro a bruciapelo dopo essere stato ferito quattro volte. Lo Stato federale ammise infine la propria responsabilità. Nel 2008, la Commissione amnistia del Ministero di giustizia ha attribuito anche a Clara Charf, compagna di Marighella, un’indennità a titolo di riparazione, analogamente a tanti altri casi di amnistiati (la Commissione ha già giudicato in circa 29’000 processi).

Nel dicembre 1979, i resti di Carlos Marighella, che era stato interrato dal DOPS a San Paolo come indigente, vennero trasportati e sepolti nel cimitero di Quintas dos Lázaros a Salvador de Bahia (nella foto, la lapide disegnata da Oscar Niemeyer). Jorge Amado, che era stato suo amico e compagno sugli scranni parlamentari del Partito Comunista Brasiliano (PCB), gli dedicò dei versi forti e commossi.
“Reconhecimento” [qui versione originale in portoghese] termina così:
Sei a casa tua, Carlos; la tua memoria restaurata,limpida e pura, fatta di verità e amore.
Sei arrivato qui per mano del popolo. Più vivo che mai, Carlos.

Forme della memoria
Il nome di Carlos Marighella ha una larga notorietà, in Brasile è divenuto una sorta di icona, paragonabile a quella di un Che Guevara nazionale.
Anche lui intelligente, colto, poeta, rivoluzionario, politico, guerrigliero, deciso, armato e coraggioso: “che non ha tempo per avere paura”.

Gli elementi di fascino e romanticismo non rendono però conto del conflitto di categorizzazioni che marca la concorrenza delle memorie collettive. La coppia di opposti non ha punti di incontro: è terrorista ed assassino, secondo la definizione delle autorità, o eroe della resistenza, per tutti gli oppositori della dittatura.

In diversi Stati brasiliani Carlos Marighela è il nome di una ‘rua’, una via cittadina. Ma non è che le intestazioni stradali siano facili o scontate.

L’attribuzione toponomastica è uno dei luoghi istituzionalizzati della memoria, ed in questo senso anche terreno di scontro.
Se in Brasile, come in molti altri paesi tra cui l’Italia, avviene quasi usualmente che alle diverse parti politiche rappresentate nel consiglio cittadino sia attribuita una ‘quota’ delle intestazioni da decidere –di modo che vengano poi tutte approvate consensualmente-, capita altresì che su certi nomi ci sia battaglia.

Il gruppo Tortura Nunca Mais ha denunciato l’intestazione di una strada a Sergio Fleury, l’assassino di Marighela, patron del DOPS, torturatore per eccellenza e capo dello Squadrone della morte.
La notizia di una ‘Via del torturatore’ ha sollevato proteste, e nel maggio 2009 il municipio di Sao Carlos, nello Stato di San Paolo, ha provveduto a rimuovere l’omaggio ad uno dei più indiscussi bastardi di quella storia, peraltro morto sul suo yacht e mai punito.

Ma come la piglierebbe un rivoluzionario internazionalista, si è chiesto qualcuno, se sapesse di essere ricordato su un cartello stradale come ‘patriota’?

Carlos Marighella la piglierebbe senz’altro bene invece, la notizia che il Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST) gli ha intestato una sua scuola nello Stato di Parà, frequentata da 300 studenti.

In occasione del quarantesimo della sua morte, il 4 novembre 2009, verrà pubblicato un Manifesto :
In memoria di Carlos Marighella



Carlos Marighella cadde nella notte del 4 novembre 1969, a San Paolo, in un agguato condotto dal più notorio dei torturatori del regime militare. Rivoluzionario senza paura, è morto combattendo per la democrazia, la sovranità nazionale e la giustizia sociale.
Dalla giovinezza ribelle dello studente d'ingegneria a Salvador, alle brutali torture subite nelle carceri dell’Estado Novo (la seconda repubblica brasiliana, ndt), dalla disciplinata militanza di partito, alle poesie che esaltano la libertà; dal fermo intervento parlamentare come deputato comunista alla Costituente del 1946, all'appello alla resistenza armata, la sua vita è stata guidata da un incrollabile impegno con le lotte del nostro popolo. 


Passati quaranta anni, ci siamo lasciati alle spalle il periodo della paura e del terrore. La Costituzione del 1988 ha garantito la realizzazione del sistema rappresentativo, concludendo una lunga lotta di resistenza alla dittatura. In questo viaggio attraverso la storia, i più diversi credo, partiti, movimenti e istituzioni unirono le loro forze.



Il Brasile è irrotto nel 21 ° secolo assumendo nuove sfide. Si prepara a realizzare la sua vocazione storica alla sovranità, alla libertà e al superamento delle molte ingiustizie che ancora esistono. Per le altre rotte e nuovi calendari si apre la possibilità reale per il nostro paese di realizzare il sogno che è costato la vita di Marighella e di innumerevoli altri eroi della resistenza. Garantita la nostra libertà istituzionale, ora dobbiamo conquistare l’eguaglianza economica e sociale, veri pilastri della democrazia. 



L'America Latina sta superando un lungo e doloroso ciclo storico in cui fungeva da cortile della superpotenza imperiale. Ancora una volta, diverse strategie si combinano e si completano a vicenda per raggiungere lo stesso anelito storico: indipendenza, sovranità, distribuzione della ricchezza, crescita economica, rispetto dei diritti degli indigeni, riforma agraria, ampia partecipazione politica dei cittadini. I vecchi colonnelli mafiosi, responsabili delle uccisioni e dei massacri impuniti in ogni angolo del nostro continente, vengono spazzati via dalla storia e il loro posto viene occupato da rappresentanti della libertà come Bolívar, Martí, Sandino, Guevara e Salvador Allende. 



E il nome di Carlos Marighella è entrato in questa onorata galleria di liberatori.
I quaranta anni dal suo omicidio coincidono con un momento del tutto nuovo della vita nazionale. La sottomissione secolare viene sostituita da sentimenti rivoluzionari di speranza, fiducia nel futuro, determinazione ad affrontare tutti i privilegi e a sradicare tutte le forme di dominazione. 


Il nuovo sta emergendo, ma deve ancora affrontare una forte resistenza da parte delle forze conservatrici e reazionarie che non si lasciano rimuovere dal potere. Presenti a tutti i livelli dei tre poteri della Repubblica, queste forze cospirano contro il progresso democratico. Votano contro i diritti sociali. Criminalizzano i movimenti popolari e garantiscono l'impunità ai criminali in colletto bianco. Continuano a massacrare leader indigeni e i militanti della lotta per la terra. Squalificano qualsiasi agenda ambientale. Attaccano con virulenza programmi di lotta alla fame. Proferiscono sentenze viziate dal pregiudizio contro gruppi sociali più vulnerabili. Resuscitano tesi razziste per combattere le azioni affermative. Usano i loro giornali, radio e televisioni per predicare l'indebolimento dello Stato. Vogliono il ritorno dei tempi in cui il dio mercato era venerato come supremo organizzatore della nazione.



Non accettiamo retrocessioni. Né al passato recente del neoliberismo e dell'allineamento con la politica estera degli Stati Uniti, né ai giorni bui della dittatura, che riuscimmo a superare con grande difficoltà. 


Il nostro omaggio a Carlos Marighella si somma alla nostra rivendicazione che siano rigorosamente appurate tutte le violazioni dei Diritti dell’Uomo che si verificarono nei ventun’anni di dittatura. Non è più possibile interdire la discussione ritardando il necessario adeguamento dei brasiliani con la loro storia.
Esigiamo l'apertura di tutti gli archivi e la divulgazione al pubblico di tutte le informazioni sui crimini e sull'identità dei torturatori e assassini, sui loro clienti e sui loro finanziatori. 


Dobbiamo affrontare le forze reazionarie e conservatrici che difendono come legittima una legge di auto-amnistia che la dittatura impose, nel 1979, con minacce e ricatti. Sostenendo la legittimità di leggi che sono state imposte con la forza delle baionette, ignorano che un regime nato dalla violazione frontale della Costituzione, manca di qualsiasi legittimità fin dalla nascita. E tentano di nascondere che erano illegali tutte le leggi di un regime illegale. 


Sentendosi minacciate, queste forze rinnegano le serene formulazioni e decisioni delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani che indicano che la tortura è un crimine contro l'umanità stessa, e che non è soggetta ad amnistia, indulto o prescrizione. E tentano di nascondere che, nel preambolo della Dichiarazione Universale formulata dall'ONU il 10 dicembre 1948, è ribadito a chiare lettere il diritto dei popoli di ricorrere alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione. 



Per tutto ciò, celebrare la memoria di Carlos Marighella a questi quarant'anni che ci separano dalla sua vile esecuzione, significa riaffermare l’impegno con la marcia del Brasile e della Nuestra America (riferimento a José Martì, ndt) verso la realizzazione della nostra vocazione storica alla libertà, all'uguaglianza sociale e alla solidarietà tra i popoli. 



Celebrando la memoria di Carlos Marighella, apriamo il dialogo con le nuove generazioni, garantendo loro il recupero della verità storica. Onorando il suo nome e la lotta, affermiamo il nostro desiderio, che mai più la violenza degli oppressori possa nutrirsi d’impunità.
Carlos Marighella vive nella nostra memoria e nelle nostre lotte. 


Brasile, 4 novembre 2009.
La memoria, è sempre l’uso politico che si fa dei ricordi, e anche questo manifesto non fa eccezione.
Il ricordo di Marighella come comunista rivoluzionario sembra non trovare posto in un discorso rivolto ad affermare e difendere la democrazia parlamentare, e ancor meno la sua immagine di padre della guerriglia urbana. Tra le firme che sottoscrivono il Manifesto i nomi vengono, coerentemente con il testo, dell'area intellettuale vicina al governo Lula; c'è anche Dilma Rousseff, in lizza per la successione alla Presidenza.

Un Manifesto, quello dell'ALN, Marighella lo scrisse e lo diffuse per radio e giornali nel giugno del 1969:
Apparteniamo alla Ação Libertadora Nacional e ciò che proponiamo è di abbattere la dittatura, di annullare tutti i suoi atti dal 1964, di formare un governo rivoluzionario del popolo; di espellere i nord-americani, confiscare le loro imprese e le imprese e le proprietà di quelli che collaborano con loro; di trasformare la struttura agraria del paese, espropriando ed abolendo il latifondismo, dando la terra ai contadini, valorizzando l'uomo di campagna; di trasformare le condizioni di vita dei lavoratori, assicurando dei salari decenti e migliorando la situazione delle classi medie; assicurare la libertà su qualsiasi terreno, dal campo politico al campo culturale o religioso; ritirare il Brasile dalla condizione di satellite della politica estera degli Stati Uniti e collocarlo sul piano mondiale come nazione indipendente.
Sembra ben più chiaro, detto così.
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12.10.09

Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è un’ultra centenaria organizzazione non governativa che, analogamente ad altre, si occupa di monitorare le condizioni ed il trattamento di detenuti. Tratta in particolare i prigionieri di guerra, in applicazione del diritto umanitario che deriva dalle Convenzioni di Ginevra del 1949.
Le Convenzioni, da cui il CICR deriva il suo mandato da parte della comunità internazionale, non coprono però solo le persone detenute per un conflitto armato internazionale.
La Croce Rossa Internazionale già in occasione della Comune di Parigi (1872), dell’insurrezione carlista in Spagna (1875) e di quella serba in Erzegovina (1876) cominciò ad intervenire nei conflitti interni, non internazionali.
I suoi primi interventi rispetto ai detenuti politici iniziarono con la rivoluzione russa (1917) e soprattutto con quella ungherese (1919).
Quest’ultimo è considerato (Jacques Moreillon, Le Comité international de la Croix-rouge et la protection de détenus politiques, Lausanne, L'age d'homme, 1973) il primo ‘vero’ caso in questo senso. La presa di potere di Bela Kun trovò infatti scarsissima resistenza e fu quasi incruenta; non si trattava quindi di opera di soccorso alle vittime, altrimenti non curate, di un conflitto interno, ma delle prime visite a detenuti ‘puramente politici’.

È oggi acquisito, per la comunità internazionale, che l’organizzazione può domandare l’accesso a persone detenute per motivi legati a situazioni di violenza di intensità minore di quella di un conflitto armato.

A differenza di organizzazioni che svolgono un’attività analoga, in particolare di Amnesty International, la politica del CICR s’incentra, oltre che sui principi di neutralità, imparzialità ed indipendenza, anche su quello di confidenzialità. Questo implica non solo il poter parlare con i detenuti liberamente, cioè senza le autorità di detenzione, ma soprattutto il fatto di esporre e discutere le osservazioni sulle condizioni di detenzione e sul trattamento dei prigionieri in modo diretto e confidenziale con le sole autorità responsabili.
Nella sua visione strategica, il CICR ritiene che proprio questa confidenzialità gli permetta di ottenere e mantenere l’accesso alle persone detenute (in una settantina di paesi) e di conseguire dei risultati di concreto miglioramento del trattamento e della detenzione, grazie ai suoi soli interventi confidenziali con le autorità.

Il CICR evita dunque ogni presa di posizione nello spazio pubblico, mantenendo segrete le sue osservazioni e proteggendo il proprio lavoro perché resti ‘lontano dai riflettori mediatici’. A differenza appunto di Amnesty International, non lancia denunce o campagne pubbliche, né pubblica tempestivamente i propri rapporti, temendo che possano essere utilizzati per finalità politiche.
Si tratta di una posizione certo criticabile, e che del resto non impedisce le indiscrezioni -tanto più quando una situazione è già posta all’attenzione pubblica ed informazioni analoghe a quelle raccolte dai delegati del CICR possono trovare altri percorsi dalle fonti ai media- ma coerente e rispettabile.

La domanda si pone casomai in senso inverso, ovvero quando un rapporto del CICR viene reso pubblico, perché tanta stampa lo ignora?

Il rapporto del CICR
Recentemente il CICR ha pubblicato il suo rapporto ‘strettamente confidenziale’ fatto nel 2007 alle autorità statunitensi, sulle persone detenute segretamente dalla CIA, e non sembra che i media gli abbiano dedicato molto interesse.
Certo arriva oltre due anni dopo, eppure si tratta con grande probabilità della fonte più attendibile e precisa su una questione tanto controversa ed appunto ‘segreta’ come quella dei prigionieri di Guantanamo Bay.Questione inoltre non secondaria, se già il 22 gennaio 2009 il nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato diversi decreti, che affermano che l’articolo 3 comune alle Quattro Convenzioni di Ginevra è la norma minima che regola il trattamento di ogni persona detenuta dagli USA nel quadro di un conflitto armato.

Sulla stampa italiana, l’esistenza del rapporto è stata letteralmente ignorata. La notizia figura solo su una breve di 15 righe su La Stampa del 17.3.2009.
Il rapporto che descrive il trattamento subito dai quattordici detenuti “high value” (categoria inventata di sana pianta per tentare di sottrarli a qualsiasi legge e giurisdizione normale) vale invece la pena di essere letto, lo si può sfogliare e scaricare qui :
>
Si noterà il linguaggio utilizzato, molto diplomatico, strettamente incentrato sui fatti, tanto che né sentimenti né emozioni traspaiono dalle stesse testimonianze dei torturati, ed assolutamente privo di toni accusatori: eppure fermo nel definire le condizioni ed il trattamento specifico dei detenuti come ‘tortura’ e/o ‘trattamento inumano o degradante’.

Scriveva Christian Rocca, su il Foglio del 30.1.2009, che Guantanamo “è probabilmente la prigione d’alta sicurezza più rispettosa dei diritti umani di sempre…” (sic). Infatti la Croce Rossa Internazionale, “salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato soltanto l’assenza di status giuridico dei detenuti.”

Quel che il CICR ha invece constatato, figura appunto nel Rapporto (ed è solo ‘un’ rapporto).
Sul menu del trattamento, con le differenze tra un caso e l’altro, figuravano, oltre all’isolamento assoluto e la totale assenza di informazioni e comunicazioni da e verso l’esterno (“incommunicado detention”):
  • il soffocamento con l’acqua
  • lo stress da prolungata posizione in piedi
  • lo sbattimento al muro tirando il collare
  • le botte con pugni, calci, schiaffi
  • il confinamento in una piccola gabbia chiusa
  • la nudità prolungata
  • la privazione di sonno
  • l’esposizione a temperature fredde
  • l’ammanettamento prolungato di mani e/o piedi
  • la minaccia di riprendere il trattamento, e di applicarlo ai famigliari
  • la rasatura forzata di barba e capelli
  • la deprivazione di cibo solido.
Il soffocamento con l’acqua, ora mondialmente famoso come ‘water boarding’, consiste nell’immobilizzare il prigioniero con la schiena a terra, o su un ripiano che permetta di inclinarlo in modo che i piedi siano più in alto della testa, e di versargli ininterrottamente dell’acqua sul viso, coperto da un telo, impedendogli di respirare. Non provoca dolore, se non per il fatto che la reazione del corpo che vuole naturalmente svincolarsi può provocare ferite, ma un senso di soffocamento e di morte, che fa leva sul profondo timore animale di annegare per provocare il panico.
Questo metodo ha il vantaggio, dal punto di vista degli inquirenti, di non lasciare tracce visibili, rispetto alle sue varianti, che consistono nel fare ingurgitare molta acqua, talvolta salata, anche infilando un tubo in bocca.
Il senso di questo trattamento, come di tutti gli altri, sta nel desiderio degli interroganti di ottenere risposte confacenti alla propria prospettiva. ‘Condividi con noi, che siamo i buoni, la tua memoria’, dicono, ‘e raccontaci chi sono i cattivi’.

Uomini della CIA ed ‘esperti’ hanno più volte affermato l’efficacia del trattamento, cui gli interrogati resisterebbero solo per lassi di tempo dell’ordine di secondi. 

In un articolo su Il Giornale del 2.10.2009, Fausto Biloslavo vanta la bontà dei sequestri di persona chiamati “extraordinary renditions”, e cita i casi di Khalid Sheikh Mohammed e di Abu Zubaydah, catturati in Pakistan dalla CIA e poi trasferiti in varie prigioni segrete fino a Guantanamo Bay:
La CIA li ha sottoposti a tattiche di interrogatorio che sfiorano la tortura. Alla fine hanno ottenuto informazioni cruciali sia con le buone che con le cattive maniere.
Nel rapporto si può leggere la testimonianza diretta di Khalid Sheikh Mohammed, che racconta di essere stato sottoposto 5 volte al water-boarding in quel periodo (si veda per il seguito il New York Times, che parla di 183 volte) e che conclude (p. 38) :
Durante il periodo più duro del mio interrogatorio ho dato un sacco di false informazioni per soddisfare ciò che credevo gli interroganti volessero sentire perché il maltrattamento terminasse. In seguito dissi loro che i loro metodi erano stupidi e controproduttivi. Sono certo che le false informazioni che sono stato forzato ad inventare per far smettere il maltrattamento gli ha fatto perdere un sacco di tempo ed ha portato a far annunciare diversi allarmi rossi negli Stati Uniti.

La tortura tra storia e oblio
Il water boarding venne introdotto dall’amministrazione di George W. Bush nella sua ‘guerra al terrorismo’, ed accompagnato dalla favola memoriale che si trattava di un metodo appreso dalla Corea del Nord ai tempi della guerra fredda.

L’immagine all’inizio di questo post riproduce la copertina della rivista Life del 22 maggio 1902. Il disegno rappresenta dei militari statunitensi che praticano il water-boarding su di un prigioniero filippino. Sotto la figura c’è scritto “Chorus in background: Those pious americans can’t throw stone at us anymore”.
Il “coro sullo sfondo” è composto dai rappresentanti delle potenze coloniali europee, che cantano “Questi pii yankees non potranno più scagliarci pietre”, cioè rimproverarci l’uso di metodi inumani che sono anche i loro.
Gli Stati Uniti, dopo aver fatto guerra alla Spagna (1898), in nome della libertà e dell’indipendenza delle sue principali colonie, Cuba e le Filippine, si accorsero che l’indipendenza delle Filippine non conveniva agli interessi imperialisti –che vedevano quelle isole come una testa di ponte per i mercati cinesi- e giunsero a chiederne alla Spagna la cessione della sovranità (negoziandola per 20 milioni di dollari).

Il disegno caricaturale della copertina di Life magazine non è inventato, ma ripreso direttamente da una fotografia (qui accanto) del 1901 ripubblicata recentemente dal New Yorker, che ricorda come il dibattito su tortura e contro-insurrezione sia già vecchio di un secolo. La notizia delle atrocità commesse dai militari USA nelle Filippine –incendi di villaggi, uccisione di prigionieri e appunto water-boarding- trovò modo di riflettersi nello spazio pubblico americano all’inizio del 1900.

Del water-boarding, o supplizio dell’acqua, esistono tracce e testimonianze che coprono quasi tutto il globo e praticamente ogni epoca.

Ancora gli americani, a Da Nang, in Vietnam: la fotografia venne pubblicata sulla prima pagina del Washington Post del 21.1.1968. Il militare USA che fa la supervisione della tortura applicata ad un prigioniero di guerra del Vietnam del Nord, venne portato due mesi dopo davanti alla corte marziale.

In Algeria, durante la guerra per l’indipendenza, i militari francesi utilizzarono tra i diversi metodi di tortura anche il water-boarding; ne ha ampiamente testimoniato il giornalista francese Henri Alleg che lo subì nel 1957.

Ben più indietro nel tempo, il supplizio era già praticato –sempre col fine di ottenere una confessione- dall’Inquisizione; in quella spagnola veniva chiamato ‘toca’. L’incisione qui riprodotta è tratta da J. Damhoudère, Praxis Rerum Criminalium, Antwerp, 1556: oltre agli esecutori sono rappresentati il cancelliere che verbalizza ed i tre giudici dell’inquisizione fiamminga, il cui presidente tiene in mano una pertica che ne simbolizza il potere.

Gli esempi, come s’è accennato, sono numerosissimi, e vanno dalla Cambogia dei Khmer Rossi, all’Africa, e all’America latina, dove il metodo del ‘submarino’ è stato applicato nelle ‘guerre sporche’ contro il terrorismo in Uruguay, Argentina, Brasile, Perù, Cile, San Salvador, Guatemala, ecc.

Il tratto comune è che gli interrogati sono eretici, sovversivi o terroristi, e gli interroganti sono uomini (e donne, come si legge nel rapporto CICR) del potere.

È probabilmente per questo che la tortura è riconosciuta come oggetto della storia -l’elaborazione distaccata del passato- ma rifiutata dalla memoria -l’uso del passato a fini politici attuali.

L’oblio generalizzato su questo tema porterebbe a credere che in Italia l’uso del water-boarding sia sconosciuto. Non è così, e non solo perché ogni sbirro al mondo ne conosce l’esistenza. Il metodo ‘della cassetta’ era già praticato dagli Ispettorati di PS sotto il fascismo, e riappare regolarmente:
12 dicembre 1951 

A Lucera, si svolge il processo per i fatti di San Severo del 23 marzo 1950, nei quali la polizia ha ucciso il giovane Di Nunzio e ferito decine di manifestanti. Diversi testimoni dichiarano che i rastrellamenti avvennero prima degli scontri ed alcuni imputati denunciano le torture subite: Pietro Forte denuncia la tortura dell'acqua, praticata con un tubo mentre gli era stato messo uno scarafaggio sul ventre, D'Errico dichiara di essere stato appeso ad un uncino, Matteo De Florio di aver avuto i denti spezzati durante l'interrogatorio a causa delle percosse.
24 febbraio 1979

A Milano, sono scarcerati per mancanza di indizi 3 dei 9 componenti del 'collettivo autonomo della Barona' arrestati in relazione all'omicidio Torregiani, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Fabio Zoppi. I tre denunciano subito dopo che Roberto è stato torturato mediante ustioni ai testicoli e picchiato e la stessa sorte è toccata a Sisino Bitti, ricoverato al Niguarda per le botte subite e ad Angelo Franco, costretto a ingerire litri d'acqua e bastonato. Anche Anna Casagrande, arrestata per 'favoreggiamento' denuncia di essere stata presa a schiaffi durante gli interrogatori.
11 gennaio 1982 

A Roma, dinanzi al sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica, il brigatista rosso Ennio Di Rocco denuncia di essere stato torturato da agenti di polizia con il metodo della 'cassetta' ed altri ancora. All'inizio dell'interrogatorio, su richiesta del suo avvocato Edoardo Di Giovanni, viene dato atto che "l'imputato è stato condotto con le mani ammanettate dietro la schiena, e che ha il polso sinistro sanguinante". A conclusione dell'interrogatorio, "i difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l'immediato trasferimento in carcere dell'imputato".
2 agosto 1985 
A Palermo, sulla spiaggia di Sant'Erasmo, è trovato seminudo il cadavere di un uomo che sarà identificato, poche ore più tardi, come Salvatore Marino. L'uomo si era presentato spontaneamente in Questura, il giorno precedente, accompagnato dal proprio avvocato di fiducia dopo aver saputo che la polizia lo cercava per interrogarlo nell'ambito delle indagini sull'omicidio del commissario di Ps Giuseppe Montana. Trattenuto in Questura, il giovane viene interrogato nel corso della notte con il metodo della cassetta: sdraiato, con un tubo infilato in bocca attraverso il quale gli fanno bere acqua salata. Il tubo, però, sfonda la trachea e provoca la morte del torturato per insufficienza cardiaca. A quel punto, i poliziotti fanno scomparire i documenti del giovane e ne trasportano il corpo sulla spiaggia di Sant'Erasmo dove lo abbandonano nel tentativo di depistare le indagini.

Su questa pagina si trovano estratti della Sentenza di rinvio a giudizio del 17 marzo 1983 per il water-boarding su Cesare di Leonardo e del verbale in cui Ennio Di Rocco racconta ciò che ha subito.
Vale ancora la pena di ricordare che gli episodi citati del 1979, il trattamento degli arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, sono parte del procedimento che ha portato alla condanna di Cesare Battisti, che viene oggi venduta, per ottenerne l’estradizione, come un atto perfettamente rispettoso dello Stato di diritto.
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14.9.09

Chi spiava i terroristi

È il titolo di un libro recentemente pubblicato da Pendragon; scritto da Antonio Selvatici, porta come sottotitolo “KGB, Stasi – BR, RAF”, e si basa sui “documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”. Un commento al post precedente (Un Valpreda per Bologna) lo richiama genericamente come argomento o fonte di ‘risposte’ al post medesimo.

Il lavoro dell’imprenditore bolognese Selvatici ha senz’altro un paio di pregi. Si tratta di una ricerca impostata sulla consultazione di documenti originali, cosa rara tra i giornalisti italiani specializzati in ‘terrorismo’, abituati a citare se stessi e a dedicarsi più alle interpretazioni delle interpretazioni che ai fatti.
Scrivere una ‘analisi’ adeguata alle teorie del momento è ben più facile e pagante che frugare per mesi negli archivi segreti sopravvissuti alla caduta del blocco sovietico, scrutando documenti, vergati in lingue incomprensibili, che non avendo alcun legame con l’attualità non porteranno alcuna gloria.

La ricerca si vuole inoltre impostata con un respiro che tiene conto di prospettive di lettura ‘altre’, cioè non-italiane. Lodevole tentativo di sprovincializzazione, anche se la cosa si riduce ad annoverare tra le fonti bibliografiche alcuni autori anglofoni (che egli impropriamente considera accademici).

Le buone intenzioni vanno però confrontate con due aspetti cruciali: la coerenza con cui le si applica, ed ovviamente i risultati ottenuti.
Sul piano dei risultati, l’unico elemento significativo sembra essere l’assenza di qualsiasi elemento collegabile ad un ‘grande vecchio’, ovvero alla teoria dietrologica a lungo in voga, secondo la quale la lotta armata italiana, ed in particolare quella delle Brigate Rosse, era teleguidata, ‘eterodiretta’ o comunque condizionata dai servizi segreti di questo o quel paese del blocco sovietico.

Dice Selvatici, nelle sue conclusioni: “Ciò che chiaramente emerge da questo libro sono i solidi legami che alcuni membri delle Brigate rosse avevano allacciato con altre formazioni terroristiche.”
E i documenti dei servizi segreti?

Si ha un bel cercare e rileggere per trovare questa chiarezza emersa (chi aveva rapporti con chi, e soprattutto, quando?) e le delusioni si susseguono ad ogni paragrafo. Apprendiamo per esempio (pag. 27), che il giorno dopo la morte di Aldo Moro la Stasi inviò ai posti di confine l’ordine di intensificare i controlli e che un anno dopo ne tracciò un bilancio: “36 investigazioni speciali di cittadini italiani appartenenti alle Brigate rosse”. “Chi erano dunque i brigatisti che tra il maggio 1978 ed il maggio 1979 oltrepassarono il muro? Qual era la ragione della visita?” chiede Selvatici al povero lettore, senza neppure dargli un ‘aiutino’.

Poco più avanti, ma a tutt’altro proposito, ecco qualche nome. Non si tratta di controlli di frontiera, ma della sezione antiterrorismo della Stasi, dove “sono state rinvenute le schede intestate a Barbara Balzarani, Cesare Battisti, Renato Curcio, Adriana Faranda, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Francesco Piperno, Giovanni Zamboni, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Alessio Casimirri e Patrizio Peci.”

Finalmente? No, non c’è trippa per gatti nemmeno qui. O Selvatici non ha visto le schede, o sono così irrilevanti che non dice molto di più: due paragrafi dopo (pag. 30) precisa che le schede di Balzarani, Gallinari, Azzolini, Franceschini, Curcio, Morucci e Moretti sono classificate ‘ZAIG-5’, ovvero condivise ed accessibili dai servizi membri di un accordo: Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Mongolia, Cuba, Germania dell’est e Vietnam. E racconta che è in un’informativa di questa rete, stilata a Cuba nel settembre 1987, che figurano assieme i nomi di Barbara Balzarani e Cesare Battisti. Barbara Balzarani era all’epoca in galera in Italia già dal 1985. Cesare Battisti, che delle Brigate Rosse non ha mai fatto parte a nessun titolo, era in esilio già da qualche anno tra Messico e Francia.

Il senso di queste non-informazioni, Selvatici non ce lo spiega.
Né ci fa conoscere le fonti che le alimentavano: se ZAIG-5 aveva una funzione analoga all’Interpol (permettendo agli Stati membri di comunicare una misura specifica adottata in relazione all’informazione, come per es. il divieto di ingresso in URSS per Prospero Gallinari) non è impossibile che vi venissero riversate informazioni provenienti proprio dall’Interpol o da servizi occidentali, poi non aggiornate. Lo stesso Selvatici ri-scopre che la Stasi aveva infiltrato il Bundeskriminalamt (BKA, Repubblica Federale Tedesca), e da quella fonte alimentava la sua schedatura; appunto nel caso di Barbara Balzarani, ultima della vecchia guardia brigatista ad essere ancora attiva negli anni ’80.

E poi? Di fronte ai desolanti risultati, Selvatici ricorre alla ‘sua’ bibliografia di 174 testi. Il libro corrisponde allora ad un ‘tutto quello che ho rimediato sulla sinistra italiana e i servizi segreti del blocco orientale’.
E c’è proprio di tutto, dalla bufala giurassica dei campi d’addestramento per brigatisti in Cecoslovacchia, a Primo Greganti, funzionario del PCI arrestato per l’inchiesta anticorruzione ‘mani pulite’, che per il Partito costruiva un sistema di finanziamento con una ditta della Stasi. Su quest’ultimo terreno Selvatici impiega meglio le sue competenze in gestione d’impresa, e la cosa occupa la seconda metà del libro- salvo a chiedersi che c’entrino gli impicci del PCI e i suoi contatti con Mosca con quanto annunciato nel titolo.
Non v’è neppure tentativo di capire quanto intensa fosse la trasmissione del PCI ai partiti fratelli di informazioni sui brigatisti (o sui fascisti); Selvatici è preso dalla sua convinzione che il PCI abbia commesso il “peccato originale” (sic) “di non avere capito che le Brigate rosse non erano ‘compagni che sbagliano’ ma ‘compagni che sparano’”, non lavato dalla sua successiva opera di delazione e di collaborazione coi carabinieri.
En passant, trova modo di buttare lì:
In Svizzera, membri di Soccorso rosso si adoperarono per trovare rifugio al brigatista fuggitivo Piero Morlacchi (marito dell’ex-cittadina della DDR Heidi Peusch. Non dimentichiamoci che Piero Morlacchi, prima d’entrare a far parte del nucleo storico delle Brigate rosse, trascorse alcuni mesi nella DDR).
No, non ce lo dimentichiamo, né dimentichiamo che ci andò nel 1963-64 a lavorare come tipografo specializzato. Il piccolo veleno di Selvatici è quanto più disonesto se si considera che nella sua bibliografia figura il libro di Manolo Morlacchi (figlio di Pierino) “La fuga in avanti”, dove si può leggere (pag. 98-103) il racconto di Heidi Peusch del drammatico tentativo di ottenere rifugio politico, nel 1974, nella Repubblica Democratica Tedesca.

Non ce lo dimentichiamo, il “racconto di un lungo viaggio verso la libertà” di Heidi Peusch incinta, con il figlio Manolo di 4 anni ed il marito Pierino Morlacchi, che tentano di avere ospitalità fino a farsi bloccare alla frontiera, profughi non riconosciuti. È uno spaccato sul perdurare delle illusioni di chi è nato e cresciuto in una tradizione comunista profonda come quella della famiglia Morlacchi a Milano; è la storia di uno dei primi, rarissimi tentativi di domanda di asilo politico da parte di militanti italiani all’estero; ed è la prova-provata dell’assenza di relazioni positive con la Stasi.
Lo ricordiamo, ad onore della memoria di Heidi e Pierino.
(l’immagine riproduce pag. 190 del libro di Manolo Morlacchi)

Di nuovo Thomas Kram, ‘a gratis’
Si diceva sopra che il lavoro di Selvatici ha l’apparenza di una documentazione verificata, eppure vi si trovano un paio di affermazioni non secondarie senza il più vago riferimento a prove o fonti. E proprio al capitolo ‘Carlos e strage di Bologna’ scrive Selvatici:
Alcuni documenti riguardanti il possibile coinvolgimento di un membro del gruppo Separat nell'attentato alla stazione di Bologna sono già stati verificati con esito positivo dalla polizia italiana. Effettivamente, la notte precedente l'attentato, un membro del gruppo terroristico Separat, Thomas Kram, aveva pernottato a Bologna. Fatto noto alla polizia italiana, il rapporto si trova nell'archivio della DIGOS di Bologna. (pag.39-40)
Segue la citazione del documento, che evidentemente NON dice che Kram era membro di 'Separat'. La domanda, semplice semplice, è: CHI afferma che Kram era un membro della banda di Carlos?

Diversamente da quasi tutto il resto del libro, dove le affermazioni sono fornite di riferimenti archivistici o documentali, qui niente. L'autore si è fidato della parola del suo amico Gian Paolo Pelizzaro (ex-esperto della ‘commissione Mithrokin’ e detektiv del giornale della destra sociale ‘Area’), e ha fatto male. Continua Selvatici:
Inoltre è stato appurato che Christa Margot Fröhlich (detta ‘Heidi’, arrstata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia contenete esplosivo) da tempo in contatto con l’organizzazione capeggiata da Carlos, il 2 agosto 1980 alloggiò all’Hotel Jolly di Bologna.
Ancora una domanda semplice semplice: CHI avrebbe appurato che la donna era in quell’albergo?

Se nell’articolo precedente s’era detto abbondantemente di Thomas Kram, di Christa Fröhlich s’era evitato di parlare, poiché gli stessi implacabili accusatori avevano smesso di parlarne, ‘tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto’. Riprendiamo allora quanto pubblicato da Guido Ambrosino sul Manifesto del 1. agosto 2007
I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.
Christa Frohlich ha fatto le sue scelte politiche, e le ha pagate col carcere.
Oggi, va ringraziata per avere tradotto in tedesco ‘L’orda d’oro’ di Primo Moroni, un testo essenziale per chiunque voglia capire qualcosa degli anni ’70.

La ciliegina avvelenata
Perché mai un tipo pacioso come Antonio Selvatici si lancia su provocazioni così pacchiane? I suoi suggeritori hanno forse dimenticato di aggiornarlo, lui non se n’è accorto… Scartabellare schede ingiallite e mute è soporifero per chiunque, anche un topo d’archivio può anelare a un salto nell’attualità.

A fidarsi ciecamente dei suggeritori il ricercatore rischia però la sua credibilità: quando mai un vero giornalista d’inchiesta non verifica le fonti di accuse così gravi?
Ma Selvatici raddoppia:
Vi è una pista investigativa non ancora seguita che proverebbe datati collegamenti tra alcuni membri della banda Carlos ed ex appartenenti a gruppi estremistici italiani. Probabilmente bisognerebbe recarsi in Francia, in un paese a nord di Parigi: Montreuil, e qui cercare di parlare con estremisti italiani che frequentano il luogo. (pag.41)
Tutto ciò che si capisce, è che c’è ancora un suggeritore, e che la voglia di giocare un po’ ad aumma-aumma cresce. Selvatici si confida con un esperto di questi giochi, Cristiano Lovatelli Ravarino:
- Il rapporto tra Carlos e la strage del 2 agosto è un tassello molto delicato. Sappiamo che la Procura della Repubblica sta indagando e il pm Enrico Cieri è già andato a Parigi a interrogare Carlos e diverse volte a Berlino a consultare documenti nell’Archivio Centrale, aspettiamo l’evoluzione di questa indagine… è anche vero peraltro che nel libro prospetto una nuova pista indagativa…”
- Quale pista scusa ?
- Una pista visibile puntando i fari su di un paesettino a nord di Parigi dove terroristi italiani e terroristi stranieri si incontrarono con i risultati che sappiamo. Non sono riuscito a provarlo ma ho una fonte di altissimo livello che me lo ha raccontato e di cui mi fido ciecamente.
- Ma scusa Antonio è una bomba-se mi passi il macabro gioco di parole-non potresti essere più esplicito ?
- Qui habes auduies audiendi audiat. Non sono io a questo punto ma la Procura a cui spetta di verificare la totale veridicità di quello che ho scoperto.
Con o senza latinorum, Montreuil è sempre est di Parigi, non a nord. E per essere un ‘paesetto’ conta 101mila abitanti.

Un modesto suggerimento: prima di andare in missione tra i bistrot del luogo per carpire informazioni con qualche ballon de rouge, il nostro potrebbe dare un’occhiata a Google Street View.
Fosse mai che il volto di qualche estremista italiano rifugiato in Francia non sia ancora stato cancellato?

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24.8.09

Un Valpreda per Bologna


Il caso Thomas Kram


È già qualche anno che viene additato. Per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 si cercano nuovi colpevoli, per rimpiazzare Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri dell’organizzazione fascista NAR e condannati all’ergastolo ma considerati innocenti da un amplio pubblico. Ad ogni anniversario, l’eco viene rilanciato, ed al nome di Thomas Kram vengono progressivamente attribuite qualifiche di terrorista, uomo di contatto del terrorismo palestinese, numero tre dell’organizzazione di Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos, ed ora suo « braccio destro » (Fioravanti alla Repubblica del 2.8.09).

Insomma, uno pericoloso, che avrebbe messo la bomba poiché è provato che si trovava a Bologna in quel tragico giorno. Che poi si fosse registrato all’albergo con il suo vero nome e che fosse stato a lungo controllato e perquisito alla frontiera al suo ingresso in Italia, ‘non prova la sua innocenza’, anzi : usava i suoi veri documenti per non destare sospetti, «come in uso nella sua organizzazione». A insistere nelle ‘ricerche’ sono gli stessi che hanno, a loro dire, ‘scoperto’ il caso tra le carte delle numerose inchieste. I rilanci di notizie ed articoli propongono un discorso pubblico alimentato dalla dinamica del sospetto :
« Il nome di Kram, il suo legame con Weinrich e con Carlos e soprattutto la sua presenza a Bologna il giorno dell’attentato hanno costituito il segreto meglio custodito di tutta l’inchiesta sulla strage : mai un accenno, mai un articolo. Nessuna fuga di notizie, non una citazione nei tanti libri che hanno trattato l’argomento » (Area 10.2008).
Se questa notizia era «coperta dal massimo livello di riservatezza», allora il suo contenuto deve essere pericoloso, questa la spirale che rende Thomas Kram pericoloso, poiché il dossier ritrovato era quello intestato a lui. Ormai ‘acquisito’ ch’egli è pericoloso, chiunque non ne parli ne è complice, lo sta coprendo, o depista le indagini.
Il discorso che si avvolge su questa spirale nasce senz’altro dalla destra ‘post-fascista’ italiana, con interpellanze parlamentari di Ignazio LaRussa, deputato di Alleanza Nazionale ed oggi Ministro della Difesa, e del suo vecchio camerata il deputato Enzo Raisi, su una mole di materiale fornita dagli ex-esperti di una commissione parlamentare d’inchiesta (commissione ‘Mitrokhin’). La pubblicazione dell’articolo prima citato, scritto da Giampaolo Pellizzaro, sulla rivista “della Destra Sociale” Area, è uno dei tornanti della campagna per sostenere l’innocenza di Fioravanti e Mambro, che in gioventù militarono nei gruppi di destra con molti dei personaggi che oggi li difendono.

Lo schema che viene proposto per spiegare la strage di Bologna mette in relazione l’arresto di Daniele Pifano, di altri due militanti dell’Autonomia operaia e di un militante del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, per il trasporto di due lanciamissili, con la “presenza di due terroristi tedeschi” delle Revolutionäre Zellen (RZ) a Bologna il giorno della strage. L’organizzazione palestinese, che si dichiarò pubblicamente proprietaria dei lanciamissili sequestrati, avrebbe deciso una vendetta contro l’Italia poiché i missili non le erano stati restituiti, ed anzi il loro militante era stato arrestato. Avrebbe quindi perpetrato la strage, incaricando Ilich Ramirez Sanchez detto ‘Carlos’ della sporca bisogna. Infine, avrebbe depistato le indagini, d’accordo con alcuni ufficiali dei servizi segreti italiani, per mezzo di interviste concesse da suoi dirigenti; l’interesse comune sarebbe stato quello di nascondere l’esistenza di un patto informale ma segreto con cui negli anni 70 Aldo Moro, da Ministro degli esteri o Capo di governo, si era assicurato che l’Italia non fosse luogo d’azione del terrorismo palestinese che agiva ormai sul piano internazionale.

Uno schema creativo, da cui anche parte della sinistra si è fatta coinvolgere. Mossi da motivi senz’altro nobili, ovvero la convinzione personale della non colpevolezza per la strage di Mambro e Fioravanti, diversi ex-militanti di gruppi illegali come di partiti ed organizzazioni legali della sinistra si sono impegnati in varia misura nella campagna. In questo campo, Andrea Colombo, ex militante di Potere operaio e giornalista del Manifesto e di Liberazione, ha compiuto un lavoro approfondito, pubblicando un libro in fondo al quale indica l’ipotesi Kram come una delle piste non seguite nelle indagini.
L’iniziativa è sempre in mano alla destra, con gli esperti vedovi della Mitrokhin concentrati alla ricerca di elementi che confermino la loro pista, e pronti a contestare ogni dettaglio che la possa smentire, o a gettare all’oblio quelli che la smentiscono. Così se Kram, intervistato dal Manifesto, dichiara di aver preso il tal treno (29 anni fa), lo ‘sbugiardano’ sull’orario, ma smettono definitivamente di parlare del secondo terrorista delle RZ a Bologna (una donna), tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto.
Gli articoli ‘specializzati’ che si susseguono si presentano come molto documentati e ricchi di riferimenti, un’apparente oggettività che li rende credibili e che fa carburare la spirale di cui si diceva.
Come vedremo, questo attivismo inquisitorio è marcato da una forte incompetenza politica e storica, sui movimenti e gruppi chiamati in causa, e metodologica, nella ricerca e nella verifica delle fonti.

Il processo a Thomas K.
Concentrati su pagliuzze, non vedono la trave, si potrebbe dire constatando l’omissione -condivisa da tutti i media italiani- di una notizia: Thomas Kram è stato processato e condannato, appena qualche mese fa. Gli ‘esperti’ non se ne accorgono neppure (applicando la loro logica, si dovrebbe dire che la nascondono per depistare), e la stampa italiana di ogni tendenza, altrettanto.

L’esito del processo è stato diffuso dal tribunale tedesco, l’Oberlandsgericht di Stoccarda, con un comunicato stampa del 19 febbraio 2009.
Il comunicato (intitolato “Sentenza nella causa penale contro Thomas K. per partecipazione ad associazione terroristica”) non indica il nome del condannato per intero. Un ennesimo episodio di occultamento del pericoloso figuro? No, si tratta della pratica corrente della magistratura, che applica la legge. L’anonimato verso il grande pubblico, considerato parte integrante dei diritti della personalità del condannato, viene applicato d’ufficio alle piccole pene, ed è rispettato da gran parte della stampa. La ragione d’esser di questo diritto all’oblìo risiede soprattutto nel permettere un processo di reinserimento sociale dei condannati, che è il fine dell’esecuzione penale, non ostacolato dalla pubblicità. Perciò la non pubblicazione del nome viene garantita anche, per esempio, ad un assassino condannato ad una lunga pena e prossimo alla liberazione, e il cui nome era invece diffuso al tempo dei fatti e del processo. Prevale insomma la protezione della sfera privata sull’interesse del pubblico ad essere informato. Quando è ammessa, l’ingerenza in un diritto fondamentale deve essere comunque proporzionata.
La condanna di Thomas K. neppure si presta a discussione, poiché ammonta a due anni con la condizionale.

Questo la dice lunga quanto alla pericolosità dell’individuo, tanto più se si tiene presente che il processo non è stato celebrato in un tribunaletto di campagna, e neppure a Berlino (dove K. risiede) ma nel famigerato ‘sarcofago’ del carcere di Stammheim, luogo simbolicamente evocativo, analogo all’aula-bunker dei processi anti-terroristi in Italia.
Dal comunicato dei giudici germanici sono affermati alcuni fatti, già noti ma sistematicamente denegati dagli ‘esperti’ italici. Thomas K. è scomparso in clandestinità o in esilio il 17.12.1987 e si è consegnato alle autorità il 4.12.2006 (prima, non era clandestino). Non aveva partecipato personalmente né all’organizzazione né all’esecuzione di azioni delle Cellule rivoluzionarie (RZ) nella loro fase degli anni ’80 (un terrorista con nulla o scarsa esperienza operativa e di combattimento). E non lo aveva fatto perché si considerava controllato (se il gruppo clandestino glielo avesse permesso, avrebbe violato una propria fondamentale regola di sicurezza).
Egli era già stato negli anni ‘70 membro delle Revolutionären Zellen, che erano un’associazione terroristica, fondata nel 1973, che aveva adottato il concetto di guerriglia urbana, condividendo con la Rote Armee Fraktion (RAF) e col Movimento 2. Giugno l’idea che un cambiamento dei rapporti sociali potesse essere raggiunto solo con un sovvertimento violento. Quando, dopo una lunga fase di discussioni e spaccature, le RZ si consolidarono e si ri-orientarono, a metà degli anni ’80, egli partecipò attivamente al dibattito. Intervenne alla riunione di ‘direzione’ tenutasi in Austria con una ventina di delegati sostenendo il progetto di campagna politica su rifugiati ed asilanti e contribuì poi con scritti e stampati a condurlo e diffonderlo. Nell’autunno del 1990 si confrontò, personalemente e politicamente, con la notizia della morte del suo amico Gerd Albartus, elaborando un testo poi circolato e discusso nelle RZ.

Questo in sintesi quanto accertato dai giudici, e che merita qualche approfondimento per le implicazioni che può avere. Il processo era stato presentato come “l’ultimo processo alle RZ”, e come s’è detto programmato a Stammheim: questo indicava la chiara eventualità di una causa anche molto lunga (dell’ordine di anni e per decine di udienze). L’unico elemento d’accusa era il ‘testimone della corona’ (Kronzeuge, delatore premiato) Tarik Mousli, le cui dichiarazioni erano assai fragili per sostenere l’accusa, quando non imbarazzanti. Mousli daveva dichiarato: “la mia memoria è catastrofica, ma se mi dite i nomi e mi fate vedere le foto, allora mi ricordo”. Malgrado le prescrizioni per molti delitti materiali, l’accusa d’essere dirigente (Radelführer) avrebbe potuto portare ad una condanna di parecchi anni di reclusione. Ma l’esito di un lungo confronto processuale era poco prevedibile per l’accusa stessa, fondata quasi integralmente sulle dichiarazioni del ‘pentito’ Mousli, che proprio su un incontro con Kram era stato smentito da un militante delle RZ, Rudolph Schindler.
Il processo e la condanna di Thomas K. a due anni di detenzione sospesi condizionalmente, sono tutto quello che c’è contro di lui. Il Bundeskriminalamt (BKA) e la magistratura tedesca hanno ottenuto ed analizzato per primi gli archivi della Stasi (Staatsicherheit, il servizio segreto della Repubblica Democratica Tedesca), e non lo hanno neppure sospettato di aver partecipato ad attentati legati al gruppo Carlos.

Le Revolutionären Zellen, l’FPLP e lo sciacallo
Le Cellule Rivoluzionarie (RZ) nascono nei primi anni ’70, quando sulla scena militante tedesca sono già attive la Rote Armee Fraktion (RAF) ed il Movimento 2 Giugno, all’interno del movimento autonomo, quell’insieme non di gruppi strutturati, ma di militanti e collettivi dai tratti comuni, benché talvolta contraddittori, legati a situazioni locali. Ne raccolgono i valori anti-gerarchici, antistatali ed anticostituzionali e tutto il portato della rivolta del lungo ‘68 con il rifiuto di ogni mediazione.
Le RZ si definiscono non solo anticapitaliste ma anche antipatriarcali, tanto che le militanti, sviluppando il discorso dell’autonomia femminile, costruiranno l’organizzazione Rote Zora, un gruppo armato di sole donne. Se nell’analisi della società usano categorie marxiste, nel concepirsi integrano dei concetti fondamentali dell’autonomia, quali il ‘nessuna delega’, l’autogestione, l’indipendenza d’azione e l’autodeterminazione delle scelte politiche, che si riflettono direttamente nella loro struttura organizzativa. Sicché anche le decisioni di attaccare e le scelte degli obiettivi da colpire non erano sottomesse all’approvazione di una struttura superiore alla cellula locale (“überregionale Gremium”, nella citata dichiarazione processuale di Schindler): le diverse cellule rivoluzionare stavano insieme solo perché condividevano una linea politica ed i documenti scritti dall’una o dall’altra. Questo faceva il paio con il rifiuto della clandestinità come ‘scelta strategica’, della professionalizzazione del militante rivoluzionario e dell’omicidio politico come strumento di lotta: altrettanti elementi di chiara differenziazione rispetto alle organizzazioni clandestine della lotta armata, la RAF ed il 2 Giugno. Queste sono strutturate in modo centralizzato, mentre le RZ sono organizzate in modo orizzontale, fondate su realtà locali e funzionano in rete. I militanti vivono alla luce del sole, sono politicamente attivi in movimenti legali e ricorrono a criteri e regole della clandestinità solo nell’agire illegale.

Le loro azioni miravano ad esercitare un livello di violenza prossimo alla sensibilità dei settori radicali del movimento, cui mostravano di ‘punire’ il comune nemico di classe. Colpivano in modo simbolico o distruttivo beni materiali, oggetti e strutture, raramente le persone (operarono in tutto tre ‘gambizzazioni’ di cui una con conseguenze mortali non volute). Gli obiettivi erano scelti tra quelli legati a lotte, movimenti o campagne politiche in corso (p.es antinucleare o per rifugiati/immigrati). Ricorrendo a strumenti come il sabotaggio e la falsificazione, cercavano di promuovere la diffusione di comportamenti illegali (p.es. mettendo fuori uso le macchine per i biglietti e distribuendo decine di migliaia di titoli di trasporto falsi). Le prime delle loro circa 200 azioni furono due attacchi con esplosivo contro la ITT nei giorni successivi all’11 settembre 1973: quella multinazionale americana, che aveva promosso e sostenuto il golpe militare del generale Pinochet in Cile, venne egualmente attaccata un po’ dappertutto, da New York a Roma.

L’anti-imperialismo, l’anti-sionismo e l’internazionalismo erano tratti essenziali delle RZ e del loro agire, e anche la difesa del
la causa palestinese non poteva restare uno slogan. La tematica traversava e trascendeva le situazioni locali, e le Cellule rivoluzionarie costituirono un’ala internazionale, i cui militanti presero contatto con l’organizzazione guidata dal medico palestinese Wadi Haddad (Abu Hani).
Questo portò all’addestramento ed all’integrazione operativa di alcuni militanti in due azioni di altro respiro. Nel 1975, almeno un militante delle RZ, Jans-Joachim Klein (poi pentito) venne integrato nel commando che occupò la sede dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) prendendo in ostaggio 11 ‘ministri’ di diversi paesi, principalmente arabi. Il sequestro terminò con il rilascio degli ostaggi in Algeria in cambio di alcuni milioni di dollari; il commando poté fuggire e Klein, ferito nel corso dell’azione, essere curato. La seconda azione ebbe
un esito ben più tragico: il dirottamento di un airbus in volo da Tel-Aviv a Parigi si risolse in Uganda, all’aeroporto di Entebbe, con un massacro operato dalle forze speciali israeliane, che lasciò sul terreno tutti i membri del commando, una cinquantina di soldati ugandesi, tre ostaggi e un ufficiale israeliano.
Per le RZ fu un colpo durissimo, che aprì una lunga discussione interna e segnò un punto di svolta di cui è essenziale tenere conto. Nessuno dei 53 prigionieri, tra cui 40 detenuti in Israele e 6 in Germania federale, richiesti in cambio degli ostaggi era stato liberato (anzi, l’inserimento di Inge Viett nella lista dei prigionieri da liberare aveva mandato a monte un’evasione già in programma, e che però riuscì poco tempo dopo), e le RZ avevano perso due dei loro migliori quadri fondatori, Wilfried ‘Boni’ Böse e Brigitte Kuhlmann, che erano morti nell’azione.
L’ala internazionale si dissolse e le RZ, rifondandosi, ruppero con l’organizzazione di Wadi Haddad, e l
a spaccatura, come sempre avviene, portò all’uscita di singoli militanti. Le Cellule non rinunciarono all’azione antiimperialista, ma la orientarono sul suolo tedesco: esemplare l’attacco contro la Adler Corporation, 11 attentati incendiari condotti dalle Rote Zora in appoggio alle operaie super sfruttate in Corea e Sri-Lanka (‘non lottiamo per loro, ma al loro fianco’).

L’organizzazione del dottor Haddad era a sua volta nata da una spaccatura: il Fronte Popolare dei Liberazione della Palestina (PFLP nell’acronimo inglese) aveva espulso nel 1973 il suo dirigente che conduceva, anche dopo la sanguinosa disfatta dei Palestinesi in Giordania nel 1970, nota come ‘settembre nero’, gli attacchi contro Israele sul terreno internazionale. Per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), della quale l’FPLP era il secondo membro per importanza dopo Al Fatah, diretta da Yasser Arafat, era un modo di evitare il rimprovero di partecipazione al ‘terrorismo internazionale’ che le precludeva sviluppi diplomatici. George Habbash continuò così a dirigere il PFLP, mentre Wadi Haddad costruì il PFLP-EO (per ‘External Operations’, il gruppo venne anche chiamato ‘Special Operations’). La formazione si dissolse dopo il 1978, a seguito della morte di Wadi Haddad. Suo principale erede fu il PFLP-SC (‘Special Command’), anch’esso di orientamento marxista e diretto da Salim Abu Saleh; operò dalla sua base principale ad Aden, in quella che fu, fino al 1990, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen.

Nel gruppo di Haddad iniziò la carriera di ‘Carlos’, il venezuelano Ilich Ramirez Sanchez che la stampa ba
ttezzò ‘lo sciacallo’. La sua fama pubblica nacque da una sparatoria a Parigi, quando, nel corso di una perquisizione, aveva abbattuto tre agenti della DST (il controspionaggio francese) assieme quello che gli aveva soffiato il posto di dirigente della sezione di Parigi, Michel Moukharbal, ritenuto un infiltrato. Carlos partecipò all’azione contro l’OPEC a fine dicembre 1975, prendendone di fatto la direzione politica, con la conseguenza che il piano originale non fu rispettato. Questo gli costò l’espulsione dal PFLP-EO; nel corso del debriefing ad Aden nel febbraio 1976, Wadi Haddad constatò che i suoi ordini non erano stati eseguiti, disubbidienza che in un’organizzazione militare ha delle drastiche conseguenze: nel caso, o un processo o una esecuzione immediata. Carlos se la cavò probabilmente grazie all’intervento di militanti delle RZ come Boni Böse (che dell’operazione OPEC a Vienna aveva organizzato la logistica): “Nel mio gruppo operativo non c’è posto per le star; puoi andare” concluse Haddad. In una sua versione, (New York Press, 1999) Carlos sostiene che Wadi Haddad, leggendo la sua lettera di dimissioni, pianse (!).
Da lì in avanti, Carlos cominciò a costruire il proprio gruppo, l’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionali (OIR), che come tale non ha prodotto documenti politici né firmato azioni. La banda si dedicava a intessere relazioni con i servizi segreti del mondo arabo e dei paesi del blocco sovietico, per ottenere dei ‘mandati’ a pagamento, legati al traffico di armi e di informazioni ed in seguito ad attentati. Il primo mandato ‘operativo’ per un attacco, Carlos lo ebbe dal despota rumeno Nicolae Ceausescu nel 1981. La famigerata Securitate (servizio segreto romeno), che perseguiva i dissidenti anche all’estero, lo incaricò di un attentato a Radio Free Europe, l’emittente della guerra fredda basata a Monaco nella RFT, cosa che eseguì ancora una volta malamente (colpì la sezione ceca anziché quella romena) ma riuscendo ad incassare il milione di dollari di compenso.

La timeline di quanto accennato fin qui, che gli esperti vedovi della Mithrokin ignorano per incompetenza professionale o gettano all’oblio per interesse di parte, mostra come i rapporti tra RZ, FPLP e gruppo Carlos vadano letti nella loro evoluzione, prima di azzardarsi a ipotizzare un’accusa per la strage di Bologna.
In sintesi, c’è un periodo in cui l’ala internazionalista della prima Cellula Rivoluzionaria (fondata nel 1973), collabora con il PFLP-EO (nato lo stesso anno da una scissione del PFLP), che va fino alla rottura dei rapporti (nel 1976-77, dopo Entebbe). Carlos, che era membro del PFLP-EO, ne viene espulso prima (inizio 1976, dopo l’OPEC). Nel 1980, le RZ sono attive solo sul territorio nazionale, e non hanno alcun rapporto col gruppo di Carlos, in cui pure sono integrati degli ex-RZ della prima fase, come Johannes Weinrich e Magdalena Kopp.

Rendez-vous con Carlos
Se le scissioni, rotture ed espulsioni provocano degli impedimenti chiari sul piano dei rapporti politici, non ostruiscono invece automaticamente i rapporti personali. La storia però esclude una partecipazione delle RZ e dei suoi militanti ad una strage come quella di Bologna. Politicamente sono state esplicite: quando nel 1975 delle bombe esplosero alle stazioni ferroviarie di Amburgo, Norimberga e Colonia, le Revolutionäre Zellen rilasciarono dei comunicati congiunti con la RAF ed il 2 Giugno. La stampa aveva attribuito quegli attacchi alla RAF, i cui militanti imprigionati avevano reagito: “La lingua di questa esplosione è la lingua della reazione. L’azione politico-militare della guerriglia urbana non si rivolge mai contro il popolo” (Stammheim 23.9.1975). Nei comunicati congiunti delle tre formazioni armate (gli unici conosciuti nella loro ventennale storia) del settembre e novembre 1975 si dice che autori di questi attentati, “come a Milano” (nel 1969) sono uomini dei servizi segreti e/o fascisti: “la scelta dell’obiettivo li ha traditi” (Erklärung zu einem Bombenanschlag Sept.75).

I militanti delle RZ si erano schierati coerentemente con le proprie idee, ciò che non escludeva il mantenimento di qualche contatto individuale. Gerd Schnepel, per esempio, scelse di uscire dalle RZ e di abbandonare la guerriglia urbana nel 1977, dopo la crisi di Entebbe, cosa che non gli impedì di incontrare Carlos anche nel 1980, senza che questo significasse un suo coinvolgimento in una cospirazione. In effetti è da oltre 20 anni installato in Nicaragua, dove si occupa di agricoltura biologica; lo racconta egli stesso in un’intervista a Jungle World del novembre 2000.
Nella sua residenza di Budapest, Carlos sapeva perfettamente di essere spiato a tempo pieno dai servizi segreti ungheresi, con i quali collaborava. Questi filmavano anche i loro propri incontri con lui: nell’immagine (still del filmato) si vedono Carlos e Johannes Weinrich (da destra) in riunione con degli agenti ungheresi. Carlos sapeva che i suoi ospiti sarebbero stati schedati, e riceveva chi gli faceva comodo di mostrare; per vedere quelli che non voleva far conoscere, volava ad incontrarli in un altro paese. Del resto quelli che lo osservavano se ne accorgevano, e mettevano a rapporto l’intensificarsi di partenze e ritorni dei membri della banda come sintomo di un’attività preparatoria di un avvenimento. L’apertura degli archivi dopo la fine del ‘blocco sovietico’ fornì agli inquirenti del ‘blocco occidentale’ una mole di materiale, tra cui appunto le registrazioni dei visitatori di Carlos. In Svizzera arrivarono a Carla Del Ponte, Ministero pubblico della Confederazione, che nel 1994 dispose l’arresto di alcuni ex-militanti della sinistra alternativa e del movimento autonomo, sospettati di aver partecipato ad alcuni attentati per aver incontrato Carlos. All’interrogatorio, si sentì rispondere: “Sì, l’ho incontrato, e allora?”. Per la Del Ponte, magistrato che si era fatta un’aurea di tenacia, competenza e rispettabilità collaborando col suo collega italiano Giovanni Falcone, la storia si concluse con una sconfessione integrale, una di quelle macchie sul curriculum che si preferisce dimenticare. Gli arrestati vennero rilasciati ed ottennero, cosa rara in Svizzera, una riparazione finanziaria per il torto subito.
Thomas Kram può pure essere stato a visitare Carlos a Budapest, ma con gli elementi presentati dai vedovi della Mithrokin neppure una temeraria come Carla Del Ponte avrebbe promosso un’inchiesta.

Gli esperti italiani sono così appiattiti sul materiale fornito dai servizi segreti, tanto da chiamare il gruppo di Carlos ‘Separat’, che era invece il nome della pratica operativa (Operativvorgang) della 22esima divisione generale della Stasi (Hauptabteilung XXII) che della banda si occupava. Singolare quanto per degli ex- o post-fascisti che fino al crollo del muro di Berlino consideravano la Stasi come una fabbrica di bugie, la medesima fonte sia diventata oggi una sorgente di verità.
Eppure, quanto quel materiale rifletta soprattutto gli obiettivi, le intenzioni e le interpretazioni del servizio segreto, e che dunque come tale vada letto, non è una mera questione giuridica, ma un essenziale criterio metodologico.
L’attività essenziale dei servizi segreti in rapporto con terroristi consiste nella manipolazione dell’informazione, tipicamente nel diffondere una notizia per accreditare o screditare questa o quella persona. Far girare la voce che qualcuno sia passato al nemico è un metodo classico per provocare conflitti interni all’avversario. In questo senso Carlos operava esattamente come la Stasi, ed anche con lo stesso fine, come ha vissuto Monika Haas sulla sua pelle. Tedesca, simpatizzante della RAF e moglie di Zaki Helou, dirigente marxista del PFLP-SC con cui visse nello Yemen fino ai primi anni ‘80, è stata processata nel 1996 a Francoforte per aver procurato le armi ad un’azione terroristica (si trattava del dirottamento nel 1977 di un apparecchio della Lufthansa, che finì con un massacro a Mogadiscio, in Somalia). La sua prima dichiarazione processuale offre un interessante spaccato del gioco del ‘telefono senza fili’ e dei suoi effetti: per le stesse voci messe in giro dalla Stasi e dal gruppo Carlos, fu sospettata di essere un agente dei servizi segreti israeliani (Mossad) o tedeschi (BND, BKA), nell’intento di colpire suo marito ed il PFLP-SC, discreditandone l’autorità e l’onore.

Le informazioni registrate nei documenti della Stasi riflettono necessariamente il contesto ed il fine per cui sono state prodotte o raccolte. Che ogni singolo documento, ed ogni singola affermazione nel documento ed ogni singola fonte vadano sottoposti ad analisi critica, figura come un’evidente premessa nei lavori dell’Ufficio federale per i documenti dei servizi di sicurezza dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (BStU): “I documenti della Stasi rappresentano la realtà nella forma specifica che risulta dalla loro destinazione ad uno scopo preciso”.
Ma gli italici (ex-)esperti della commissione Mithrokin tirano avanti eroicamente sulla loro tesi che dice, in tutto e per tutto: ‘siccome Kram era a Bologna il giorno dell’attentato ed incontrò in seguito Carlos’ (il quale il 1 agosto 1980 arrivava a Budapest con un passaporto diplomatico siriano intestato a Michel Khouri) e ‘siccome lo stesso Carlos era stato incaricato dall’FPLP della vendetta contro l’Italia’, allora ecco chi è stato.
Vediamo dunque quali erano i rapporti tra Carlos e l’FPLP che gli avrebbe dato il mandato stragista, nel 1980: accade allora che Bassam Abu Sharif (si, proprio l’uomo dell’FPLP che i detectives italiani indicano come l’autore del depistaggio) chiede di incontrare Carlos all’Hotel Stadt Berlin a Berlino-Est. Carlos, tutt’altro che interessato a ricucire i rapporti con l’FPLP, rifiuta di vedere l’uomo che dieci anni prima l’aveva reclutato, e all’incontro manda la sua donna, Magdalena Kopp. La richiesta che vuole presentare Bassam Abu Sharif è di concedere un’intervista ad un giornalista della rivista Stern, domanda che sarà anch’essa ignorata (è la Kopp medesima a raccontare l’episodio in prima persona). Gli esperti italici invece “sanno” che l’FPLP prese contatto con Carlos: cosa questo concretamente significhi, non lo dicono (gli basta una nota su un verbale di un magistrato, cui un ufficiale del SISMI racconta che l’aveva detto un altro ufficiale).

La morte di Gerd Albartus
Con l’andare del tempo, i litigi con i servizi segreti una volta amici, e con l’aumento della paranoia, un appuntamento con Carlos poteva anche risultare fatale. Il caso di Gerd Albartus è per diversi aspetti significativo.
Gerd Albartus, militante delle prime Cellule Rivoluzionarie, viene arrestato nel gennaio 1977 e condannato a 4 anni e 9 mesi di reclusione. Aveva tentato, con Enno Schwall, di incendiare un cinema in cui si proiettava un film su Entebbe. I diversi attacchi previsti dalle RZ miravano a danneggiare le sale, colpendo i cinema quando erano chiusi, per evitare di ferire delle persone estranee, come da teoria e prassi costante delle Cellule, ma proprio per le discussioni interne, ne fu tentato uno solo. E gli esperti della Mithrokin lo presentano, gabbando inchieste e sentenze tedesche, nonché storia e fonti, come un tentativo di strage.
Ciò che uno di loro scrive (Gian Paolo Pellizzaro sul sito ‘cieli limpidi’): “la strage di civili innocenti non è riuscita per puro caso” è solo uno dei tanti esempi di manipolazioni e forzature. Qui gli serve per dare un carattere stragista alle RZ, essendo stato Albartus un amico di Thomas Kram, col quale poco tempo prima dell’arresto era stato fermato dalla polizia. La fonte cui l’esperto fa riferimento è il libro di Oliver Schröm sullo Sciacallo, che però correttamente ricorda che Albartus aveva atteso la fine dello spettacolo: insomma, il cinema era vuoto e tutti, a cominciare dalla polizia tedesca che li osservava, lo sanno.

Gerd Albartus si difenderà al processo, senza mai accusare nessuno; nel corso della reclusione (in quel periodo le condizioni dei prigionieri politici erano durissime, gli scioperi della fame si susseguivano), protestò contro la solidarietà pubblica promossa da un amico, che aveva insistito sulle sue condizioni di isolamento e di malattia, perché ne rifiutava la posizione vittimista e insisteva invece sulle lotte collettive per le condizioni di tutti i prigionieri politici. Rimase politicamente attivo anche dopo la scarcerazione; ma aveva fatto la sua scelta, quella di una continuità con l’ala internazionalista in cui aveva militato, e la difese con i compagni da cui era ormai separato. Non scelse però la clandestinità e la militanza professionale. Installato a Düsseldorf, ne frequentò la scena politica pubblica, lavorando per i Verdi al Parlamento europeo, facendo reportages per una radio, scrivendo e traducendo testi, impegnandosi nella difesa dei prigionieri politici e continuando a visitarli, organizzando manifestazioni sull’AIDS e vivendo apertamente la propria omosessualità. In segreto, svolgeva compiti affidatigli dal suo gruppo. Per esempio, organizzò lo ‘sganciamento’ di Magdalena Kopp, che era ovviamente sotto osservazione quando, scarcerata a fine pena in Francia ed espulsa in Germania, ne partì per andare a ritrovare il suo uomo, Carlos.
A fine 1987 Gerd Albartus scomparve, e quelli che lo conoscevano pensarono che si fosse allontanato a seguito dell’ondata repressiva, che aveva fatto 33 arresti, e a cui erano sfuggiti Thomas Kram e altri). Invece andò a incontrare Carlos ed il suo gruppo in Libano, compreso il suo vecchio compagno delle prime RZ Johannes Weinrich. E questi, a sorpresa, lo processarono, accusandolo di essere un infiltrato della Stasi. Gerd Albartus fu lungamente e brutalmente torturato, sparato in una gamba, ucciso e poi bruciato. Un tribunale da inquisizione in perfetto stile staliniano, sul quale non si sa molto, salvo che aveva sbagliato a ritenere che Gerd fosse la spia.

L’orribile fine di Albartus fu rivelata solo molto tempo dopo, alla fine del 1991, da una lunga lettera pubblicata dalle RZ. Il documento non offre che pochissime informazioni concrete, limitandosi ad indicare che l’esecuzione era stata compiuta da “un gruppo che si considera parte della rivolta palestinese”, e col quale “già da parecchi anni avevamo rotto definitivamente i rapporti per motivi politici”. Raccontano, le RZ, delle discussioni avute con Gerd Albartus quando, scarcerato a fine pena nel 1981, trovò una situazione radicalmente cambiata e non accettò quella rottura. Condivise invece le critiche di altri compagni che si erano opposti allo scioglimento dell’ala internazionale dopo Entebbe, critiche che avevano portato alla separazione, ritenendo che così ridotte le RZ si erano messe al livello di un gruppetto extraparlamentare e sarebbero rapidamente scomparse.
Il testo si dedica soprattutto all’autocritica, in particolare della mancata o insufficiente autocritica dopo l’azione di Entebbe, rispetto al carattere antisemita che vi poteva essere letto -per la separazione degli ostaggi non solo in base alla nazionalità israeliana (paese contro cui era rivolto l’atto di guerra) ma anche all’etnia ebraica- e all’incapacità di credere che questo si fosse realizzato per opera di gente come Boni Böse e Brigitte Kuhlmann, conosciuti come antifascisti. Quel documento, il cui discorso appare spesso come frutto di mediazioni e attento a non farsi interpretare come una critica apprezzabile dal nemico imperialista, dette luogo a discussioni anche pubbliche, ed è considerato come il passaggio finale che portò all’auto-scioglimento definitivo del gruppo poco tempo dopo.
Nel contesto che ci interessa qui, esso assume un altro ruolo, perché proprio dalla sentenza del processo citata prima, risulta che Thomas Kram ne fu uno degli autori. Non è un dettaglio da poco: senz’altro all’epoca (1991) Carlos ne era al corrente, visto quanto la cosa lo riguardasse direttamente; e con altissima probabilità sapeva pure chi ne fossero gli autori, in tutto od in parte. Fosse stato Thomas Kram uno dei suoi ‘soldati’ (così li chiamava), l’avrebbe immediatamente considerato un traditore, con tutte le conseguenze del caso. E, nella stessa ipotesi, Thomas Kram avrebbe mentito spudoratamente ai suoi stessi compagni delle RZ (come uomo di Carlos non avrebbe potuto non sapere del processo a Gerd Albartus). Ma più in generale, si può davvero credere che uno che avrebbe massacrato 85 persone 'estranee ad ogni conflitto', si faccia poi tanti problemi solo per la morte di una ‘spia’?

Donna, giornalista, di sinistra, con amici arabi: spia, puttana e terrorista
Come abbiamo visto, gli esperti italiani lavorano alacremente e senza guardare in faccia a nessuno per rimpiazzare la colpevolezza di Valerio Fioravanti dei NAR con quella di Thomas Kram delle RZ. Devono perciò rimpiazzare anche il lavoro di depistaggio, per il quale sono stati condannati dei generali del servizio segreto militare italiano (SISMI) e membri della loggia massonica segreta P2. La sostituzione consiste semplicemente nel sostenere che ‘siccome con la condanna di tre autonomi e di un palestinese, per aver trasportato dei lanciamissili dell’FPLP, l’Italia aveva violato l’accordo con i palestinesi’ allora l’FPLP fece fare la strage di Bologna ed organizzarono un depistaggio per dar la colpa ai fascisti.
Sostengono allora uno scenario di depistaggio che ruota attorno a Bassam Abu Sharif, responsabile della stampa per l’FPLP a Beirut, il responsabile del SISMI in quella città, colonnello Stefano Giovannone, e una giornalista italiana di sinistra, Rita Porena, che in Libano lavorò una dozzina d’anni. Su quest’ultima, trattata da terrorista divenuta spia (significativo titolo: “Rita Porena, da pasionaria dell’FPLP ad agente segreto”), concentrano un’acrimonia, non giustificabile dalla crassa ignoranza della storia dei movimenti politici e militari (come nel caso dei tedeschi e dei palestinesi), che ben esprime la loro mentalità fascistoide. Ci fanno dunque capire che la Porena andava a cena (e poi forse a letto) con Bassam Abu Sharif e andava a cena (e poi forse a letto) col colonnello Giovannone, e ch’era dunque pronta ad intrigare con i due.

Le ‘prove’ contro la donna consistono in due ‘sospetti’ (!) espressi in note dell’Ufficio Affari Riservati ed in un numero di telefono ritrovato nell’agendina di un algerino arrestato in Francia per altre cose. “Era stata sospettata”, dicono senza preoccuparsi di conoscere il seguito delle segnalazioni, di aver procurato documenti a Carlos, e di aver trafficato armi per i palestinesi. Mica niente, ma il sospetto basta -anche se viene da un Ufficio passato alla storia per i suoi imbrogli e manipolazioni- per trattarla pubblicamente da terrorista.

Poi ci raccontano che era una spia, un “ufficiale di collegamento”, un “agente a rendimento del centro SISMI di Beirut”, perché era stata assunta dall’ambasciatore italiano D’Andrea per fare una rassegna della stampa araba, a 500 dollari al mese. Per tre mesi (totale 1500 dollari), perché poi si rese conto che il D’Andrea non le chiedeva la rassegna-stampa e pertanto rinunciò all’incarico pur continuando a frequentare l’Ambasciata. Una piccola lezione di deontologia professionale (‘da giornalista, prendo soldi solo per il mio lavoro giornalistico’) di cui i ‘giornalisti d’inchiesta’ della destra sociale, che pure ne avrebbero bisogno, neppure si accorgono. Pur di dare addosso alla collega comunista, non badano a calpestare dei principi elementari del mestiere, a cominciare dal fatto che l’intervistatore non è responsabile delle affermazioni dell’intervistato. Rimproverano infatti alla Porena un’attività di depistaggio compiuta con… due interviste. La prima, nel gennaio 1980 (prima della strage di Bologna) sul quotidiano romano Paese Sera, a Bassam Abu Sharif, addetto stampa del FPLP. Questi, com’è ovvio, sosteneva la posizione assunta dal FPLP, che aveva rivendicato la proprietà dei lanciamissili sequestrati in Italia. Ciò vale l’accusa alla Porena di voler esercitare pressioni sul tribunale italiano che si occupa della faccenda dei missili. Certo, un giornalista può anche favorire, consciamente o inconsciamente, una posizione, ma o si inginocchia ed offre all’intervistato una tribuna libera, oppure ciò che conta sono le sue domande. In quelle formulate da Rita Porena, è davvero difficile rilevare tendenziosità o compiacenza:
Perché i due missili di cui il Fronte ha rivendicato la proprietà si trovavano nelle mani di tre autonomi?
Lei esclude che i rapporti tra il Fronte popolare e i gruppi di sinistra, anche quelli che fanno uso della violenza, comprendano per esempio la fornitura a questi gruppi di armi che potrebbero essere utilizzate in Italia?
Quale risultato vi aspettate da questa pubblica assunzione di responsabilità da parte del Fronte popolare sulla vicenda dei missili?
Il Fronte popolare è pronto a fornire altre prove ed eventualmente a testimoniare al processo?
Ma consideriamo l’eventualità che i giudici non siano convinti, lei ritiene che il Fronte popolare potrebbe prendere in considerazione l’eventualità di un’azione violenta?
Signor Abu Sharif, vi servite normalmente di intermediari italiani scelti tra coloro che vi appoggiano politicamente per questo tipo di operazioni, come il trasporto di armi?
È vero che il Fronte ha fornito addestramento militare a membri di gruppi estremisti europei e italiani?
La “seconda operazione di disinformazione” di cui si accusa la Porena, sarebbe l’intervista ad Abu Ayad, pubblicata dal principale quotidiano della Svizzera italiana, il Corriere del Ticino, nel settembre 1980 (dopo la strage). La premessa dell’intervista ad Abu Ayad, che era allora il responsabile del servizio di informazione di Al Fatah (non dell’FPLP), ricordava che un’affermazione di Abu Ayad, riportata dallo stesso giornale in una breve d’agenzia, aveva sollevato una forte reazione della Falange, la quale smentiva che dei gruppi terroristici d’estrema destra venivano addestrati nei campi libanesi delle destre maronite. “Il giornale del partito, in un articolo di prima pagina, dopo aver negato tutto quanto detto da Abu Ayad, ha invitato a chiedere allo stesso ‘leader’ palestinese quali prove e quali documenti abbia in realtà in mano. La nostra corrispondente a Beirut, Rita Porena, ha seguito l’invito del giornale falangista ed ha incontrato Abu Ayad.” Dunque l’intervista di Rita Porena non nasce nel vuoto, ma in un ciclo polemico assolutamente usuale: affermazioni, smentite e repliche delle parti in causa sono il pane quotidiano di qualsiasi cronista politico. Già la prima domanda della Porena risponde a questa dinamica, e non ha nulla di compiacente:
Signor Abu Ayad, in un’intervista ad un quotidiano libanese, lei ha affermato di essere in possesso di documenti che provano la presenza di fascisti italiani nei campi di addestramento del partito Kataeb (destra maronita libanese). Nella stessa occasione lei ha affermato che tale partito è coinvolto nella strage di Bologna. Di quali prove si tratta?

Va aggiunto che il quotidiano ticinese, con la premessa redazionale e la pubblicazione in prima pagina, si assume integralmente le stesse responsabilità della sua corrispondente da Beirut. Responsabilità che non riguardano certo il contenuto delle risposte, ma il trattamento giornalistico: domande di approfondimento su un soggetto già discusso pubblicamente che tengono conto delle contestazioni di una parte chiamata in causa.
I vedovi della Mithrokin richiamano un’altra intervista ad Abu Ayad, pubblicata dal quotidiano italiano il Resto del Carlino nel dicembre 1980; il suo autore, Marco Goldoni, chiede: “Prima di partire ho visto il sindaco di Bologna il quale, saputo che sarei venuto ad intervistare Arafat, mi ha detto: ‘chiedigli cosa ne sa della strage di Bologna’. Lei cosa può dirmi?”. Qualificano questa di “domanda diretta” e non si sognano di pensare che stia anche lui depistando. Con la Porena sono invece lapidari: “è stato confermato il suo ruolo nel depistaggio organizzato dai vertici del servizio segreto militare per coprire le responsabilità dei palestinesi, attraverso l’intervista ad Abu Ayad sul Corriere del Ticino”. Chi o cosa abbia ‘confermato’ l’accusa, e quale fosse il suo preteso ‘ruolo’ (pagata dal SISMI per pubblicare domande e risposte preconfezionate da SISMI e/o Al Fatah?) non è dato di sapere.
Rita Porena, che ha lavorato sedici anni in Libano, ed ha fatto reportages sulla rivoluzione iraniana, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la guerra civile in Sudan, è autrice di un libro, “Il giorno che a Beirut morirono i panda”, di cui si trovano le recensione: di Maurizio Chierici sul Corriere, de l’Indice, e di Arabismo.
Una intervista con Rita Porena su massacro di Sabra e Chatila potete ascoltarla qui (10:17):

[download]
[Da AMISnet, A cura di: Francesco Diasio, AMISnet Musiche: “La cantata rossa per Tall El Zaatar”(Gaetano Liguori, Giulio Stocchi, Demetrio Stratos). Coproduzione - Radio Popolare, Gaetano Liguori]

L’ignobile trattamento riservato a Rita Porena da ‘cieli limpidi’ non sorprende, se appena si ricorda che autori e contenuti di quel sito sono gli stessi della rivista della destra sociale Area. Eppure, quelle porcherie sono diffuse da aggregatori ‘di sinistra’, come Kilombo, Left Lab e Kligg (che qualcuno non abbia passato il proverbiale test per carabinieri: questa è la destra, questa la sinistra…?).
Si è detto prima, di quanto la campagna per innocentare i capi dei Nar Fioravanti e Mambro dall’accusa (divenuta condanna definitiva) per la strage di Bologna sia sostenuta anche da militanti od ex-tali di tutte le sinistre, perché convinti della loro estraneità a quella (sola) cosa o della necessità di continuare a cercare la verità sulla strage. È effettivamente possibile che non siano Fioravanti e Mambro gli autori, e comunque la sentenza non chiarisce mandanti e moventi della strage.

Ma quando Thomas K. viene additato come colpevole e le RZ presentate come un gruppo stragista, non ci si può nascondere dietro un dito dicendo: ‘ma abbiamo solo indicato una pista non esplorata dalle indagini’. I sostenitori di sinistra non sembrano però molto coscienti che, se non esercitano la critica e l’autocritica, il prodotto della campagna rischia di essere un nuovo Valpreda da un lato e, dall’altro, la conferma di una memoria nettamente anti-storica ma già piuttosto diffusa, per cui ‘le stragi le hanno fatte le BR’.

Una traccia di quanto è stato detto 'a sinistra':
- Nel maggio 2007, Saverio Ferrari (su Liberazione 27.5.07, vedi anche altri suoi pezzi su Osservatorio democratico) critica il libro con cui Andrea Colombo argomentava i dubbi sulla sentenza per la strage di Bologna, e ricorda tra l’altro che Thomas Kram risultò non aver mai fatto parte del gruppo di Carlos. Sulla stessa pagina, Colombo replicò alla lettera, aggiungendo: “Non capisco la lunga perorazione in difesa di Thomas Kram e di Carlos. Non ho mai detto che siano loro i responsabili della strage…”.
- Nell’agosto 2007, Guido Ambrosino intervista Kram (Il Manifesto 1.8.07). Nell’importante articolo si legge:
“Scrive ancora Colombo: ‘ Dopo 27 anni di latitanza Kram si è costituito nel dicembre 2006’. Replica Kram: ‘Se la latitanza fosse durata tanto, sarebbe iniziata nel dicembre 1979, quando ero a Perugia. Chi scrive vuole suggerire una mia fuga a ridosso della bomba di di Bologna. Mi sono reso irreperibile sette anni dopo. È un errore che Colombo dovrebbe rettificare’.”
- Su Liberazione del 5.8.08 Andrea Colombo scrive “Ma perché se hai dei dubbi su chi ha messo la bomba a Bologna ti accusano di ‘revisionismo’?” protestando, a ragione, contro il ragionamento stalinista per cui “chi difende i fascisti non può che essere a sua volta un fascista, o un complice”. Su Kram non rettifica, ma rilancia l’idea di depistaggio (“Vorrà pur dire qualcosa il fatto che, nel 2001, il reggente della procura di Bologna Luigi Persico non sia stato neppure informato dell’informativa sulla presenza di Thomas Kram a Bologna firmata di persona dall’allora capo della polizia De Gennaro.”).
- Lo stesso giorno su Forum Palestina Germano Monti riassume lo stato del ‘depistaggio palestinese’, inquadrandolo nell’intenzione della destra al governo di ‘ripulire l’album di famiglia’.
- Nel marzo 2009 Arab Monitor intervista Abu Saleh, il palestinese che era stato arrestato nel 1979 con Pifano e gli altri del Collettivo autonomo di via dei Volsci per i lanciamissili, che indica con precisione il 14 agosto 1981 come giorno della sua scarcerazione per scadenza dei termini.
- In una lettera, pubblicata dal Manifesto il 16.7.09, Andrea Colombo rettifica un errore nel suo libro: la data di scarcerazione di Abu Saleh sarebbe nel 1982 e non, come aveva scritto, nel 1980, e indica come fonte gli esperti della Mithrokin (che sbagliano). Sulla stessa pagina, accanto ad un commento di Pifano, una nota ricorda un passaggio del libro: “La bomba sarebbe stata dunque una sorta di rappresaglia per la mancata scarcerazione di Saleh, il quale fu in effetti scarcerato, con larghissimo anticipo sui tre autonomi romani, pochi giorni dopo la strage, il 14 agosto 1980. L’FPLP avrebbe commissionato la strage a Carlos, che si sarebbe servito dei tedeschi delle cellule rivoluzionarie.”
Dice Colombo che si era “limitato ad elencare tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la ‘pista Saleh’, senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.”

Anche le rettifiche non devono essere reticenti. Colombo può correggersi per ciò che gli ha chiesto Kram, senza che questo significhi che debba crederlo o difenderlo (lui comunque molto saggiamente ha rifiutato l’interrogatorio dei magistrati italiani, solo un amante del rischio o un megalomane l’avrebbero accettato), come fa con Fioravanti, perché c’è una sentenza tedesca con le implicazioni fattuali e logiche che abbiamo visto.
E c’è, soprattutto, una storia politica delle formazioni armate della sinistra europea e della resistenza palestinese che viene calpestata e stravolta: è di questo che occorre evitare di diventare complici.
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