Quando la memoria si fa vendetta


Ancora due estradizioni

Fatta a pezzi la dottrina Mitterrand, la Francia non si vergogna più di tradire la parola data, di rinnegare l’ospitalità concessa.
Stavolta sono due ex-militanti tedeschi degli anni ’70 a subire la vendetta di Stato.
La loro storia ripropone le assurdità di quella di Paolo Persichetti, Cesare Battisti e Marina Petrella.
Come i militanti italiani, anche Sonja Suder (oggi 76 anni) e Christian Gauger (68) si erano rifugiati in Francia, dopo aver militato nelle Revolutionäre Zellen (RZ), organizzazione autonoma di cui s’è parlato nel post sulla strage di Bologna.

Materiali sul caso Battisti


News dal Supremo


Si è già detto, in un post precedente, di come il Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano offra una notevole trasparenza sui propri atti grazie al suo sito web, che consente al pubblico di seguire l'andamento di processi in corso, come quello per l'estradizione di Cesare Battisti [si veda qui Ext. 1085].
C'è di più: le udienze vengono diffuse in diretta televisiva ed ora anche via YouTube.
La TVJustiça include le udienze del STF tra i suoi programmi, accessibili anche in rete. Sarà così possibile, per chi lo voglia, seguire la prossima udienza (12.11.09) della causa Battisti via Internet, occorre collegarsi a questa pagina tenendo ovviamente presente la differenza di fuso orario con quello di Brasilia.
Su YouTube, il Supremo ha aperto un proprio canale ufficiale, dove si possono vedere le registrazioni dell'udienza del 9 settembre 2009. Com'è noto, durò circa 9 ore, e seguire i 15 video per intero non è certo facile.
Nella stessa udienza, oltre che sulla domanda di estradizione, si discute e decide anche sul 'mandado de segurança' che l'Italia ha sollevato contro la decisione del Ministro di giustizia di concedere rifugio politico all'ex militante italiano.

Con pratiche e modi tutti italiani, il Ministro di giustizia è stato messo 'sotto accusa' davanti al Supremo, senza neppure aver la possibilità di esprimersi, come ha notato il giudice Eros Grau nel suo intervento. Come si può anche leggere nella sua dichiarazione di voto (p.6), Eros Grau definisce molto grave l'iniziativa ed il modo in cui si presenta. Perché il Ministro di giustizia, di fronte a delle affermazioni molto serie come quelle fatte dall'Italia, dovrebbe poter disporre del diritto di difendersi non solo in quanto Ministro, ma anche personalmente: l'accusa italiana parla infatti esplicitamente di un atto compiuto "con l'obiettivo di ostacolare il processo di estradizione", costruito su "affermazioni false" e addirittura mosso "da interesse personale".

Questo è uno dei 15 video del STF, con l'intervento del Ministro Joaquim Barbosa, che pure ha votato contro il mandado de segurança e per l'estinzione della pratica di estradizione di Battisti:


Dice il ministro Joaquim Barbosa, ai minuti 2'30''-4'54'' :

Apro qui una parentesi per commentare un aspetto di questa procedura che ben illustra la mia perplessità sul dover discutere il 'mandado de segurança'.
Perplessità che riguarda anche l'arroganza con cui la Repubblica Italiana tratta anzi litiga, in questo caso, come ben ha dimostrato dalla tribuna l'illustre avvocato Barroso.
È che la documentazione dimostra come la Repubblica Italiana fece una prima richiesta di estradizione, che venne respinta dal Governo francese. Contro quella decisione non presentò ricorso, come fa ora qui, e come avrebbe potuto.
Al contrario, rimase inerte per più di 12 anni aspettando il cambiamento della composozione politico-ideologica del Governo della Francia.
Qui invece, non solo viene a contestare in modo raramente aggressivo la decisione del Governo brasiliano, al punto che l'ambasciatore accreditato presso il nostro Paese ha avuta l'audacia di sollecitare insistentemente udienza a questo membro della Corte, per portare, in un'udienza priva della necessaria trasparenza, le ragioni della Repubblica Italiana.
Devo dire che mi rifiutai di riceverlo da solo, perché ritengo inappropriato questo tipo di gestione nei confronti di una Corte di giustizia di un paese sovrano, da parte di un rappresentante di una potenza straniera.
Questo perché ritengo che la corretta interlocuzione degli agenti diplomatici stranieri vada fatta con gli organi competenti previsti dall'ordine giuridico brasiliano, e questo è il Ministero degli affari esteri. Con tutto questo, indicai al mio gabinetto di mettere in agenda una riunione nella quale fossero presenti l'avvocato della Repubblica Italiana, accompagnato dal signor ambasciatore, e dall'altro lato il rappresentante legale dell'estraditando. E così si fece. (...)
La relazione del ministro Cezar Peluso è in questo documento di 150 pagine che comprende la sua dichiarazione di voto:

Peluso conclude per l'estradizione di Battisti, "sotto la condizione formale della commutazione della pena dell'ergastolo in una pena detentiva non superiore a 30 anni, con detrazione del periodo in cui è incarcerato in questo paese" (ultimo paragrafo).
Nell'esposizione, il relatore aveva ricordato l'Italia aver chiarito che l'ergastolo "non implica che i condannati a tale pena debbano permanere detenuti in prigione per tutta la durata della vita". Ed aver presentato una nota analitica che spiega come il sistema penitenziario italiano attui l'articolo 27 paragrafo 2 della Costituzione, che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione" (pag. 4).
In seguito, aveva richiamato la giurisprudenza, che afferma "L'estradizione sarà accolta dal STF soltanto se, trattandosi di delitti punibili con l'ergastolo, lo Stato richiedente assuma formalmente, davanti al Governo brasiliano, l'impegno a commutarla in una pena non superiore alla durata massima ammessa nella legge penale del Brasile."

Si noti che non è, questo, un argomento della difesa, ma una coerente applicazione della legge e della sua più attuale interpretazione.
Una pubblicazione dello stesso STF ricorda il cambiamento di giurisprudenza avvenuto con la sentenza citata e menziona l'ultima sentenza che lo afferma, firmata dal proprio Gilmar Mendes nel 2007 (pag. 15):


Nel caso di una decisione favorevole all'estradizione, questa clausola passa nelle mani del Governo, che deve decidere di consegnare l'estradato. Se vuole estradarlo, deve ritenere di avere la garanzia formale che l'ergastolo 'con 6 mesi di isolamento diurno' è commutato in una pena non superiore a 30 anni.
Trattandosi di una sentenza passata in giudicato, per l'Italia non sarà facile trovare una soluzione che al Presidente brasiliano Lula non suoni una presa in giro.
Gabellare, come ha fatto sin qui, le possibilità di allentamento del regime carcerario (permessi di uscita, semilibertà, liberazione condizionale, liberazione anticipata, lavoro esterno) per dire che l'ergastolo italiano è 'virtuale', non basterà.
I benefici del regime di progressiva reintegrazione sociale del condannato esistono anche in Brasile per la massima pena di reclusione, che appunto è di 30 anni.

La 'via dei furbetti', l'Italia l'aveva già tentata con il Ministro di giustizia Clemente Mastella. Questi aveva scritto al Brasile quanto citato sopra da Peluso ("l'ergastolo non implica il carcere a vita", vedi il Corriere della Sera 6.5.07), indiscrezione allora non smentita ed ora confermata: questa è la trasparenza all'italiana), venne attaccato dalla destra e dai 'parenti delle vittime' (La Stampa 7.5.07) con cui 'si scusò' e fece marcia indietro; i primi due paragrafi dell'articolo riprodotto qui (il Giornale 8.5.07)

sono chiarissimi: il Ministro italiano afferma aver assicurato alle autorità brasiliane che Battisti non sconterà un vero ergastolo, solo al fine di ottenerne l'estradizione, e garantisce 'assolutamente' che Battisti non godrà di alcun beneficio penitenziario: "Insomma l'esatto contrario di quanto affermato nella lettera", conclude il quotidiano di destra.

Ciò provocò l'invio di una lettera aperta degli ergastolani italiani al Presidente Lula [vedi qui o qui] come ricorda l'unico articolo recente apparso in proposito, su l'Altro, che dice inoltre come l'attuale Ministro di giustizia, Angelino Alfano, segua la stessa linea di convincere il brasiliani che l'ergastolo italiano sia solo "un concetto virtuale" e che non oltrepasserebbe i 26 anni di reclusione. E chiarisce:

La concessione della liberazione condizionale, dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, resta solo un'ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura, per altro difforme da tribunale a tribunale e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva che lega il fine pena ad atti pubblici di contrizione e pentimento degni dell'epoca dell'inquisizione. La legge per altro esclude tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro (oltre 500 sono in regime di 41 bis). I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle.
Su fondo di galera
Gli scenari possibili vedono sia l'eventualità che il Supremo respinga la domanda d'estradizione (per la possibile partecipazione al voto del ministro Toffoli appena nominato al STF, o per l'eventualità che il presidente del STF Gilmar Mendes non voti in caso di parità lasciando valere il principio favor libertatis) sia che la domanda venga accolta dal STF e che il Governo si debba pronunciare sull'esecuzione effettiva dell'estradizione di una persona cui ha concesso rifugio.

Questa seconda ipotesi appare la più probabile; lo stesso Ministro Genro, nella sua unica intervista ad un giornale italiano (Liberazione 11.10.09 vedi riquadro)

afferma che in caso di parità, il presidente del Supremo darà il voto decisivo (chiaramente in favore dell'estradizione).
Questo esito corrisponde all'intento politico delle manovre di Gilmar Mendes e della destra del paese: cogliere l'occasione di mettere in difficoltà, in concomitanza con la campagna elettorale per la Presidenza, il Governo che offre rifugio ad un "terrorista e criminale" di cui l'autorità giudiziaria ha deciso l'estradizione.
I termini dello scontro sono politici e tutti interni al Brasile, e verteranno su questo conflitto di poteri tra massime autorità.
Gilmar Mendes dovrà dar prova di creatività giuridica nella sentenza, per disarmare la condizione esplicita di commutazione della pena, il cui controllo sarà di competenza del Governo e di Lula.
Tarso Genro, Ministro di quel Governo, diffficilmente si rimangerà la sua decisione di concessione del rifugio [qui] - parzialmente tradotta qui].
In quella decisione, si citavano i rapporti di Amnesty International sull'Italia, fin'ora quasi irreperibili. Sono adesso accessibili, grazie al prof. Carlos Lungarzo, che ha aperto un sito sul caso Battisti.
I Rapporti annuali sul periodo 1976-82 sono qui:

La serie seguente, sugli anni 1983-89, è consultabile e scaricabile qui.
Sullo stesso sito si trovano i singoli rapporti annuali in pdf.
Ed ancora, sempre li:
le sentenze dei processi contro i PAC che condannano Battisti, del 1988, del 1990 e con l'iter storico, e quella del 1993. Sono riprese dal sito dell'Associazione vittime del terrorismo, e risultano più difficilmente comprensibili del linguaggio giuridico brasiliano (un confronto sulla trasparenza ed accessibilità di documenti sarebbe impietoso per l'Italia);
-la lettera di Battisti ai giudici del Supremo, del 26.2.09
-la lettera dell'ex Presidente italiano Francesco Cossiga a Cesare Battisti, del 6.2.2008
-"Il caso Battisti" pubblicato dalla redazione di Carmilla nel 2004 :


Quanto al Cesare in carne ed ossa, resterà probabilmente ancora in carcere. Una notizia sulla pagina di accompagnamento processuale del STF fa riferimento ad un'udienza che si dovrebbe tenere a Rio de Janeiro il 23 novembre 2009, per giudicare la causa contro di lui per i documenti falsi. È un modo che evita al STF di pronunciarsi sulla sua scarcerazione, e che permetterà all'Italia di non scontare, come invece dichiarato dal relatore Peluso, il tempo di carcerazione in Brasile dal computo della pena da eseguire.
Proprio in questi giorni il Supremo ha respinto la domanda di un estradato in Italia, che voleva fosse intimato dall'STF alle autorità italiane il rispetto della decisione di estradizione sul computo del carcere estradizionale. La sentenza (caso Nigretti, Ext. 1005) non è ancora pubblicata, ma l'argomento del STF sembra essere che la carcerazione in Brasile fosse 'anche' per reati locali - in quel caso reati legati al traffico di droga, ma lo stesso varrà per l'uso di documenti falsi di Battisti.
In ogni caso l'udienza del 12 novembre aprirà una nuova fase, in cui lo scontro si giocherà soprattutto sul piano politico e della comunicazione, i giudici non avendo più, una volta emanata la sentenza, occasione di pronunciarsi.



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Post sul tema (il più recente in fondo):
Cesare Battisti accolto in Brasile
Informazione e comunicazione nel caso Battisti
Il fantasma di Copacabana colpisce ancora
L'intervista a Cesare Battisti
Tutti pazzi per Battisti?
Materiali sul caso Battisti

Lula stopper, Battisti libero?
Gli amici del terrorista
 

Carlos Marighella


Non ebbe tempo per avere paura


Augusto Marighella era un emigrante italiano, era meccanico, ateo ed anarchico.
Giunto da Ferrara a Salvador de Bahia, in Brasile, s’innamorò di Maria Rita do Nascimento, una discendente dell’etnia Haussa, e la sposò.
Gli Haussa erano tra gli schiavi catturati tra Niger e Nigeria del nord, e a Salvador, porto americano più vicino all’Africa e dunque tappa strategica della rotta degli schiavi, si sollevarono già nel 1807 (la schiavitù fu abolita in Brasile solo nel 1888, con la Lei Aurea).

Il felice meticciato di Augusto e Maria Rita produsse sette mulatti.
Vivevano nella Baixa do Sapateiro -un quartiere che i lettori di Jorge Amado hanno visitato nei suoi romanzi- quando, il 5 dicembre 1911, misero al mondo quello con gli occhi verdi, e lo chiamarono Carlos.

Quasi 68 anni dopo, il 4 novembre 1969, la notizia della morte di Carlos fece il giro del mondo.

Carlos Marighella era il principale dirigente della Açao Libertadora Nacional (ALN), un’organizzazione “embrione dell’esercito rivoluzionario, forza armata del popolo, l’unica capace di distruggere le forze armate della reazione, abbattere la dittatura ed espellere l’imperialismo”. L’ALN rompeva la concezione del partito della tradizione marxista-leninista eliminando, secondo Marighella, “il complesso sistema di direzione con tutti i suoi passaggi intermedi ed una direzione numerosa, pesante e burocratica”.

Carlos Marighella viene sorpreso da un’imboscata della polizia alle 8 di sera nell’Alameda Rio Branco, a San Paolo. Clandestino, va ad un appuntamento fissato con dei frati dominicani; la trappola è stata costruita dopo che questi, torturati, lo avevano rivelato agli sbirri.

Il volume di fuoco che gli viene scaricato addosso è enorme. Restano sul terreno due altri morti, una poliziotta ed un passante, ed un altro poliziotto è ferito.
Eppure non vi fu un conflitto a fuoco, Marighella non ebbe neppure il tempo di pensare ad estrarre la sua pistola. Ma era ormai divenuto il nemico pubblico numero uno della dittatura militare, e i 29 (40 secondo altre versioni) uomini del DOPS (Dipartimento dell’ordine politico e sociale), comandati da Sergio Fleury, erano ansiosi di attribuirsi il prestigioso trofeo. Seguì la messinscena, il cadavere messo in un maggiolino Volkswagen e la versione ufficiale della sua reazione armata all’ordine di arrendersi dato dal delegato Fleury.

Solo nel 1996, con il lavoro d’inchiesta della Commissione speciale per i morti e i desaparecidos, la versione ufficiale fu contestata e fu provato che Marighela era stato ucciso con un tiro a bruciapelo dopo essere stato ferito quattro volte. Lo Stato federale ammise infine la propria responsabilità. Nel 2008, la Commissione amnistia del Ministero di giustizia ha attribuito anche a Clara Charf, compagna di Marighella, un’indennità a titolo di riparazione, analogamente a tanti altri casi di amnistiati (la Commissione ha già giudicato in circa 29’000 processi).

Nel dicembre 1979, i resti di Carlos Marighella, che era stato interrato dal DOPS a San Paolo come indigente, vennero trasportati e sepolti nel cimitero di Quintas dos Lázaros a Salvador de Bahia (nella foto, la lapide disegnata da Oscar Niemeyer). Jorge Amado, che era stato suo amico e compagno sugli scranni parlamentari del Partito Comunista Brasiliano (PCB), gli dedicò dei versi forti e commossi.
“Reconhecimento” [qui versione originale in portoghese] termina così:
Sei a casa tua, Carlos; la tua memoria restaurata,limpida e pura, fatta di verità e amore.
Sei arrivato qui per mano del popolo. Più vivo che mai, Carlos.

Forme della memoria
Il nome di Carlos Marighella ha una larga notorietà, in Brasile è divenuto una sorta di icona, paragonabile a quella di un Che Guevara nazionale.
Anche lui intelligente, colto, poeta, rivoluzionario, politico, guerrigliero, deciso, armato e coraggioso: “che non ha tempo per avere paura”.

Gli elementi di fascino e romanticismo non rendono però conto del conflitto di categorizzazioni che marca la concorrenza delle memorie collettive. La coppia di opposti non ha punti di incontro: è terrorista ed assassino, secondo la definizione delle autorità, o eroe della resistenza, per tutti gli oppositori della dittatura.

In diversi Stati brasiliani Carlos Marighela è il nome di una ‘rua’, una via cittadina. Ma non è che le intestazioni stradali siano facili o scontate.

L’attribuzione toponomastica è uno dei luoghi istituzionalizzati della memoria, ed in questo senso anche terreno di scontro.
Se in Brasile, come in molti altri paesi tra cui l’Italia, avviene quasi usualmente che alle diverse parti politiche rappresentate nel consiglio cittadino sia attribuita una ‘quota’ delle intestazioni da decidere –di modo che vengano poi tutte approvate consensualmente-, capita altresì che su certi nomi ci sia battaglia.

Il gruppo Tortura Nunca Mais ha denunciato l’intestazione di una strada a Sergio Fleury, l’assassino di Marighela, patron del DOPS, torturatore per eccellenza e capo dello Squadrone della morte.
La notizia di una ‘Via del torturatore’ ha sollevato proteste, e nel maggio 2009 il municipio di Sao Carlos, nello Stato di San Paolo, ha provveduto a rimuovere l’omaggio ad uno dei più indiscussi bastardi di quella storia, peraltro morto sul suo yacht e mai punito.

Ma come la piglierebbe un rivoluzionario internazionalista, si è chiesto qualcuno, se sapesse di essere ricordato su un cartello stradale come ‘patriota’?

Carlos Marighella la piglierebbe senz’altro bene invece, la notizia che il Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST) gli ha intestato una sua scuola nello Stato di Parà, frequentata da 300 studenti.

In occasione del quarantesimo della sua morte, il 4 novembre 2009, verrà pubblicato un Manifesto :
In memoria di Carlos Marighella



Carlos Marighella cadde nella notte del 4 novembre 1969, a San Paolo, in un agguato condotto dal più notorio dei torturatori del regime militare. Rivoluzionario senza paura, è morto combattendo per la democrazia, la sovranità nazionale e la giustizia sociale.
Dalla giovinezza ribelle dello studente d'ingegneria a Salvador, alle brutali torture subite nelle carceri dell’Estado Novo (la seconda repubblica brasiliana, ndt), dalla disciplinata militanza di partito, alle poesie che esaltano la libertà; dal fermo intervento parlamentare come deputato comunista alla Costituente del 1946, all'appello alla resistenza armata, la sua vita è stata guidata da un incrollabile impegno con le lotte del nostro popolo. 


Passati quaranta anni, ci siamo lasciati alle spalle il periodo della paura e del terrore. La Costituzione del 1988 ha garantito la realizzazione del sistema rappresentativo, concludendo una lunga lotta di resistenza alla dittatura. In questo viaggio attraverso la storia, i più diversi credo, partiti, movimenti e istituzioni unirono le loro forze.



Il Brasile è irrotto nel 21 ° secolo assumendo nuove sfide. Si prepara a realizzare la sua vocazione storica alla sovranità, alla libertà e al superamento delle molte ingiustizie che ancora esistono. Per le altre rotte e nuovi calendari si apre la possibilità reale per il nostro paese di realizzare il sogno che è costato la vita di Marighella e di innumerevoli altri eroi della resistenza. Garantita la nostra libertà istituzionale, ora dobbiamo conquistare l’eguaglianza economica e sociale, veri pilastri della democrazia. 



L'America Latina sta superando un lungo e doloroso ciclo storico in cui fungeva da cortile della superpotenza imperiale. Ancora una volta, diverse strategie si combinano e si completano a vicenda per raggiungere lo stesso anelito storico: indipendenza, sovranità, distribuzione della ricchezza, crescita economica, rispetto dei diritti degli indigeni, riforma agraria, ampia partecipazione politica dei cittadini. I vecchi colonnelli mafiosi, responsabili delle uccisioni e dei massacri impuniti in ogni angolo del nostro continente, vengono spazzati via dalla storia e il loro posto viene occupato da rappresentanti della libertà come Bolívar, Martí, Sandino, Guevara e Salvador Allende. 



E il nome di Carlos Marighella è entrato in questa onorata galleria di liberatori.
I quaranta anni dal suo omicidio coincidono con un momento del tutto nuovo della vita nazionale. La sottomissione secolare viene sostituita da sentimenti rivoluzionari di speranza, fiducia nel futuro, determinazione ad affrontare tutti i privilegi e a sradicare tutte le forme di dominazione. 


Il nuovo sta emergendo, ma deve ancora affrontare una forte resistenza da parte delle forze conservatrici e reazionarie che non si lasciano rimuovere dal potere. Presenti a tutti i livelli dei tre poteri della Repubblica, queste forze cospirano contro il progresso democratico. Votano contro i diritti sociali. Criminalizzano i movimenti popolari e garantiscono l'impunità ai criminali in colletto bianco. Continuano a massacrare leader indigeni e i militanti della lotta per la terra. Squalificano qualsiasi agenda ambientale. Attaccano con virulenza programmi di lotta alla fame. Proferiscono sentenze viziate dal pregiudizio contro gruppi sociali più vulnerabili. Resuscitano tesi razziste per combattere le azioni affermative. Usano i loro giornali, radio e televisioni per predicare l'indebolimento dello Stato. Vogliono il ritorno dei tempi in cui il dio mercato era venerato come supremo organizzatore della nazione.



Non accettiamo retrocessioni. Né al passato recente del neoliberismo e dell'allineamento con la politica estera degli Stati Uniti, né ai giorni bui della dittatura, che riuscimmo a superare con grande difficoltà. 


Il nostro omaggio a Carlos Marighella si somma alla nostra rivendicazione che siano rigorosamente appurate tutte le violazioni dei Diritti dell’Uomo che si verificarono nei ventun’anni di dittatura. Non è più possibile interdire la discussione ritardando il necessario adeguamento dei brasiliani con la loro storia.
Esigiamo l'apertura di tutti gli archivi e la divulgazione al pubblico di tutte le informazioni sui crimini e sull'identità dei torturatori e assassini, sui loro clienti e sui loro finanziatori. 


Dobbiamo affrontare le forze reazionarie e conservatrici che difendono come legittima una legge di auto-amnistia che la dittatura impose, nel 1979, con minacce e ricatti. Sostenendo la legittimità di leggi che sono state imposte con la forza delle baionette, ignorano che un regime nato dalla violazione frontale della Costituzione, manca di qualsiasi legittimità fin dalla nascita. E tentano di nascondere che erano illegali tutte le leggi di un regime illegale. 


Sentendosi minacciate, queste forze rinnegano le serene formulazioni e decisioni delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani che indicano che la tortura è un crimine contro l'umanità stessa, e che non è soggetta ad amnistia, indulto o prescrizione. E tentano di nascondere che, nel preambolo della Dichiarazione Universale formulata dall'ONU il 10 dicembre 1948, è ribadito a chiare lettere il diritto dei popoli di ricorrere alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione. 



Per tutto ciò, celebrare la memoria di Carlos Marighella a questi quarant'anni che ci separano dalla sua vile esecuzione, significa riaffermare l’impegno con la marcia del Brasile e della Nuestra America (riferimento a José Martì, ndt) verso la realizzazione della nostra vocazione storica alla libertà, all'uguaglianza sociale e alla solidarietà tra i popoli. 



Celebrando la memoria di Carlos Marighella, apriamo il dialogo con le nuove generazioni, garantendo loro il recupero della verità storica. Onorando il suo nome e la lotta, affermiamo il nostro desiderio, che mai più la violenza degli oppressori possa nutrirsi d’impunità.
Carlos Marighella vive nella nostra memoria e nelle nostre lotte. 


Brasile, 4 novembre 2009.
La memoria, è sempre l’uso politico che si fa dei ricordi, e anche questo manifesto non fa eccezione.
Il ricordo di Marighella come comunista rivoluzionario sembra non trovare posto in un discorso rivolto ad affermare e difendere la democrazia parlamentare, e ancor meno la sua immagine di padre della guerriglia urbana. Tra le firme che sottoscrivono il Manifesto i nomi vengono, coerentemente con il testo, dell'area intellettuale vicina al governo Lula; c'è anche Dilma Rousseff, in lizza per la successione alla Presidenza.

Un Manifesto, quello dell'ALN, Marighella lo scrisse e lo diffuse per radio e giornali nel giugno del 1969:
Apparteniamo alla Ação Libertadora Nacional e ciò che proponiamo è di abbattere la dittatura, di annullare tutti i suoi atti dal 1964, di formare un governo rivoluzionario del popolo; di espellere i nord-americani, confiscare le loro imprese e le imprese e le proprietà di quelli che collaborano con loro; di trasformare la struttura agraria del paese, espropriando ed abolendo il latifondismo, dando la terra ai contadini, valorizzando l'uomo di campagna; di trasformare le condizioni di vita dei lavoratori, assicurando dei salari decenti e migliorando la situazione delle classi medie; assicurare la libertà su qualsiasi terreno, dal campo politico al campo culturale o religioso; ritirare il Brasile dalla condizione di satellite della politica estera degli Stati Uniti e collocarlo sul piano mondiale come nazione indipendente.
Sembra ben più chiaro, detto così.