L'intervista a Cesare Battisti

Quella che segue è la traduzione integrale dell’intervista di Luiza Villaméa a Cesare Battisti per la rivista brasiliana Istoé del gennaio 2009.
Sul sito con la versione originale si trovano anche le registrazioni audio.

Intervista
Cesare Battisti « Perché succede tutto questo a me ? »
Intervistato da Istoé, Cesare Battisti parla di comunismo, guerriglia, pentimento, nemici, errori, persecuzioni e fughe
Di Luiza Villaméa
Foto Roberto Castro

ISTOÈ – Come ci si sente, a essere il fulcro di una crisi tra il Brasile e l’Italia?
Cesare Battisti – Io, sinceramente non riesco a credere che tutto ciò stia davvero succedendo. È una cosa enorme, esagerata. Io non sono una persona così importante. Io sono uno tra le migliaia di militanti italiani degli anni ’70. Sono uno tra le centinaia di militanti che si rifugiarono in giro per il mondo, in fuga dagli anni di piombo dell’Italia. Perché tutto questo a me?

ISTOÈ – Lei teme che il Brasile faccia marcia indietro a causa della reazione italiana?
Battisti – No. La decisione del ministro Tarso Genro è ben argomentata. Ha analizzato tutti i documenti. Non ne ha fatta una lettura superficiale. E la persecuzione politica è provata nei documenti. Penso che quello del ministro Genro sia stato un atto di coraggio e di umanità. La decisione è importante non solo per me, Cesare Battisti, ma per l’umanità. L’Italia deve rileggere la propria storia. Stiamo dando alla nazione italiana la possibilità di rileggere la sua storia con serenità, umanamente.

ISTOÈ – Con la reazione italiana, è riapparso un suo antico compagno, Pietro Mutti, per dire che lei partecipò all’uccisione di un gioielliere e di un poliziotto. Lei ha ucciso queste persone?
Battisti – In nessun modo. È molto lontano dalla realtà. All’epoca di quegli assassinii non facevo neppure più parte dei PAC.

ISTOÈ – Lei ha ucciso qualcuno?
Battisti – Io non ho mai ucciso nessuno. Io non sono mai stato un militante ‘militare’ di nessuna organizzazione. Né nel Fronte Largo né nei PAC, dove restai due anni,tra il 1976 e il 1978. Uscii dai PAC nel maggio 1978 , dopo la morte di Aldo Moro (l’ex primo ministro italiano sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse). All’epoca, migliaia di militanti abbandonarono i movimenti di lotta armata. Fu un periodo di dibattito molto importante in Italia.

ISTOÈ – Lei ripeterebbe di non aver ucciso nessuno di fronte ad Alberto, il figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, che sta su una sedia a rotelle a causa di un attentato dei PAC? Egli partecipa alla campagna contro di lei in Italia.
Battisti – È deplorevole ciò che sta facendo Alberto Torregiani. Lui sa che io non ho niente a che fare con questo. Ci siamo già scambiati molte lettere. Una corrispondenza amichevole, fatta di sincerità e di rispetto. Ma Alberto Torregiani subisce pressioni del governo italiano perché lui, dopo tanti anni di lotta, poverino, ha ottenuto una pensione come vittima del terrorismo. Dal 2004 riceve una pensione come vittima degli anni di piombo in Italia. Gli stanno facendo pressione, giacché possono ritirargli la pensione.

ISTOÈ – Perché si è messo in contatto con Alberto Torregiani?
Battisti – Sono sempre stato molto sensibile alla situazione di Alberto. Era un adolescente all’epoca dell’attentato. Per reagire all’attacco, il padre finì per colpire il figlio, che restò paraplegico.

ISTOÈ – E come vede l’apparizione di Pietro Mutti, dopo tanti anni di silenzio?
Battisti – Ha ripetuto, parola per parola, quello disse al procuratore Armando Spataro nel 1981. E, come altri ‘pentiti’, aveva parlato sotto tortura. Ora, non posso affermare che sia stato resuscitato dalla macchina del governo italiano. Ma anche se fosse davvero riapparso, non potrebbe fare altro che ripetere esattamente quello che vuole il procuratore conosciuto per aver diretto lo schema di tortura nella regione di Milano. A quell’epoca la tortura faceva parte del quotidiano, in Italia. L’Italia deve riconoscerlo. Ma non può. Perché l’Italia è Europa. E l’Italia non può ammettere che negli anni 1970 ci fu una guerra civile.

ISTOÈ – Ma era una democrazia. Non era una dittatura.
Battisti – C’era una democrazia in cui la mafia era al potere. Abbiamo avuto un primo ministro che è rimasto al potere per decenni e che fu condannato per mafia. Parlo di Giulio Andreotti (leader del partito democristiano italiano) capo del governo nei periodi 1972-3, 1976-79 e 1989-92). C’erano anche i fascisti, che non furono mai allontanati dal potere. E oggi sono purtroppo tornati.

ISTOÈ – La settimana scorsa, una donna descritta come sua ex-fidanzata, maria Cecilia B. ha dichiarato ai media italiani che lei le avrebbe confessato l’assassinio di una guardia penitenziaria.
Battisti – Maria Cecilia Barbeta, che non è mai stata mia fidanzata, era una collaboratrice di giustizia. Era ciò che era chiamata collaborazione secondaria, di chi confermava dettagli a sostegno di un’accusa.

ISTOÈ – Ed era dei PAC?
Battisti – Non l’ho mai saputo. Penso di no. Era del Fronte Largo, nella regione di Venezia. Devono averle chiesto di confermare un dettaglio. E lei raccontò che una notte le confessai d’essere l’assassino della guardia carceraria.

ISTOÈ – Quanti membri contavano i PAC?
Battisti – Nell’epoca in cui feci parte dei PAC, tra il 1976 ed il 1978, non conoscevo tutto il gruppo a livello nazionale. Ma penso ci dovessero essere almeno un duecento persone attive; ma i PAC esistettero fino al 1979. C’erano anche gruppi d’appoggio.

ISTOÈ – Quale fu il suo ruolo nei PAC?
Battisti – I PAC avevano un giornale, Senza galera. Significava senza carceri, nel senso più largo, quello di Michel Foucault, di ghetto, di favela. Io entrai per collaborare con quel giornale. Ma cominciai a fare politica illegale molto giovane,a 15, 16 anni. Partecipai a tutte le lotte. All’epoca c’erano lotte per il divorzio, l’aborto, la riduzione delle tariffe elettriche. C’era anche la lotta per la legalizzazione della canapa. E cominciai ad interessarmi di politica a casa.

ISTOÈ – Come?
Battisti – Sono figlio e nipote di comunisti. Quando avevo dieci anni, andavo con mio fratello e cin tutta la famiglia con un cravo rosso sul vestito. Era una malattia di tutta la casa. Essere comunisti a quel tempo non era facile. A scuola, quando ero piccolo, ebbi problemi per questo, perché la chiesa cattolica non era molto tollerante coi comunisti.

ISTOÈ – E la sua famiglia?
Battisti – Mia madre era cattolica, molto credente. Mio padre no, ma era tollerante rispetto alla chiesa. Ed avevamo molti santi in casa. C’era anche un quadro di Stalin. Da piccolo, verso i sette, otto anni, credevo che Stalin fosse pure lui un santo. Un santo un po’ strano, per via dei baffi, ma io ero un bambino. Entrai presto nella gioventù comunista. Poi uscii dal PCI ed entrai in quello che all’epoca era il movimento di estrema sinistra.

ISTOÈ – E poco dopo lei venne arrestato per la prima volta.
Battisti – A quei tempi noi finanziavamo i movimenti con furti e piccole rapine.

ISTOÈ – Lei venne poi condannato per rapina a mano armata?
Battisti – Si, per la rapina ad una villa mansao , nella regione di Roma. Ero nel Fronte Largo. Tutti praticavano illegalità in quell’epoca. Le chiamavamo espropri proletari. Chiaramente non erano furti a povera gente. Erano obiettivi scelti. Era una pratica generalizzata che serviva a finanziare le nostre pubblicazioni, giornali e piccole riviste. Le prime radio libere, per esempio, furono finanziate da attività illegali.

ISTOÈ – Perché ha deciso di venire in Brasile?
Battisti – Ho vissuto dieci anni in Messico. Vi ho fondato una rivista ed una biennale di arte grafica. Sapevo che in Brasile c’erano molti rifugiati italiani, ed avevo contatto con alcuni di loro. Stavano bene, avevano famiglia e lavoro. Erano integrati. Il popolo brasiliano è molto simile a quello italiano.

ISTOÈ – Ma perché il Brasile nel 2004?
Battisti – Non fu veramente una fuga, né una vera e propria scelta.

ISTOÈ – Lei disponeva di appoggi in Brasile?
Battisti – Avevo un contatto con Fernando Gabeira. (NdT: Gabeira, ex-militante clandestino ed esiliato, è scrittore e politico, qui il suo blog) Non lo conoscevo personalmente, ma avevamo amici comuni. Avevo anche altri indirizzi che non ho mai usato, come quello di Ziraldo, lo scrittore. Gabeira fu molto ricettivo con me. Io non parlavo portoghese, ma lui parlava francese ed italiano. Fu di grande aiuto psicologico per me.

ISTOÈ – Di aiuto anche finanziario?
Battisti – No, mi ha dato sostegno psicologico. Io vivevo dei diritti d’autore dei libri che avevo pubblicato in Francia. E da quando sono arrivato in Brasile ne ho già scritti altri tre. L’ultimo devo rileggerlo per presentarlo all’editore. È una continuazione di Minha fuga sem fim, già pubblicato in Brasile (Ma cavale, titolo dell’edizione francese, NdT).

ISTOÈ – Come andò la sua venuta in Brasile? Operativamente, come funzionò?
Battisti – Una parte della Francia mi sosteneva. Un grande movimento popolare, intellettuale, manifestò in mio favore. Allo stesso tempo, c’erano pure alcuni membri del governo, di cui non posso citare i nomi, che si erano impegnati con noi rifugiati italiani. Gli era difficile accettare che la Francia avesse rinunciato alla parola data.

ISTOÈ – Erano membri dei servizi di sicurezza francesi?
Battisti – Erano persone del servizio segreto. Da questa gente giunse l’indicazione di abbandonare la Francia. L’idea della mia fuga in Brasile fu di un membro del servizio segreto francese. Nello studio dei miei avvocati francesi, uno di loro mi disse che l’Italia stava facendo pressioni per via delle denunce che io facevo nei miei libri. E mi parlò del Brasile, ricordando che vi erano molti rifugiati italiani. Da parte mia, mi ricordai di tutto quello che avevo sentito dire sul Brasile quando vivevo in Messico.

ISTOÈ – E questa uscita come si concretizzò?
Battisti – Una settimana dopo inviò un’altra persona a consegnarmi un passaporto italiano, con la mia foto ed i miei dati.

ISTOÈ – E furono loro ad organizzare il suo arrivo in Brasile?
Battisti – No. Andai in auto dalla Francia in Spagna ed in Portogallo. Da Lisbona, raggiunsi l’isola di Madeira. Da li, andai in barca fino alle Canarie. E nelle Canarie presi un aereo fino a Cabo Verde ed in seguito a Fortaleza.

ISTOÈ – Lei aveva contatti a Fortaleza?
Battisti – No, ma là aumentarono i miei sospetti che vi fosse un’informazione nascosta nel codice a barre del mio passaporto. In tutti i posti c’era sempre qualcuno che sapeva che io stavo arrivando. A Fortaleza, mi misi nella fila per il controllo dei passaporti. Mancava poco al mio turno. Vennero tre persone. Una di loro, una donna, parlava francese alla perfezione. Disse che bisognava attivare il codice a barre del mio passaporto. Mi accompagnarono in una sala, mi offrirono un caffè e dopo dieci minuti mi resero il passaporto.

ISTOÈ – Lei ritiene dunque di essere stato osservato in Brasile?
Battisti – Per due anni e mezzo sono stato costantemente osservato.

ISTOÈ – Da chi?
Battisti – Da brasiliani e da francesi. Sempre. Penso che ad un certo punto si aggiunsero anche gli italiani.

ISTOÈ – Ma se lei non è importante, come ci ha detto, perché tutto questo monitoraggio?
Battisti – Non lo so. Continuo a interrogarmi sul perché e sui costi. Chi ha finanziato tutto quello?

ISTOÈ – Cosa è rimasto della sua militanza?
Battisti – Io continuo ad essere un vero comunista, non nel senso partitico. Le mie idee non sono cambiate. Continuo a pensare che ci sia molta ingiustizia sociale, che l’umanità deve ancora fare molto per svilupparsi. Il mio modo di intervenire passa attraverso la scrittura ed il volontariato. In Francia ho dato corsi di scrittura per detenuti, ho aiutato a montare biblioteche per comunità carenti. La mia militanza è continuata con queste attività.

ISTOÈ – Come valuta la lotta armata?
Battisti – La lotta armata fu un errore. Oggi non credo si possa fare una rivoluzione con le armi. Io non ho mai sparato a nessuno, ma ho usato armi in operazioni di finanziamento delle organizzazioni.

ISTOÈ – Se guardando indietro potesse cambiare qualcosa nella sua vita, cosa cambierebbe?
Battisti – Noi cambierei le mie idee, cambierei i mezzi per raggiungere i risultati. Non ho mai creduto che si potesse cambiare il mndo uccidendo persone. Neppure quando entrai nei PAC, perché l’organizzazione non includeva l’uccisione di persone nelle sue direttive. I PAC si differenziavano dalle Brigate Rosse e da altre organizzazioni per questa ragione. E questo fu il motivo della mia rottura con i PAC dopo la morte di Aldo Moro. I PAC sostennero l’uccisione di Moro.

ISTOÈ – Si ricorda dell’ultima volta in cui incontrò Pietro Mutti?
Battisti – Fu orribile. Perché io uscii di prigione in un momento di sconfitta totale. Eravamo nel 1981. Solo qualche fanatico credeva ancora che si potesse fare qualcosa con le armi in Italia. Quasi tutti i capi delle organizzazioni –in Italia c’erano più di 100 gruppi armati- erano prigionieri. In prigione, ci riunivamo. Per noi, l’offensiva armata era finita.

ISTOÈ – Ma lei non è stato liberato dalla prigione con un’azione armata?
Battisti – Si. Non sono uscito da solo. Fu scelto per essere liberato con una azione dura, durante la quale non si fece uso di violenza fisica contro nessuno, con una missione. Parlare coin Pietro Mutti e altri capi di organizzazioni per abbandonare la lotta armata, fare una ritirata strategica, reintegrarmi nel Fronte Largo e continuare le azioni di finanziamento a sostegno di chi era in clandestinità e anche di chi era in carcere.

ISTOÈ – E come andò questa missione?
Battisti – Quella missione fu un disastro. Pietro Mutti era sotto una tremenda pressione, aveva ai suoi ordini giovani di 18, 20 anni per i quali si sentiva responsabile. Litigammo. Quell’ultimo incontro fu un gran litigio durante il quale lanciai un portacenere in faccia ad un militante che mi aveva dato del traditore. Perché loro pensavano che sarei uscito di galera parlando di Che Guevara e di lotta armata. Ed io arrivai dicendo che tutto era finito.

ISTOÈ – Lei svolge un qualche lavoro in carcere?
Battisti – Sto terminando il mio terzo libro. Il secondo, che è nel computer, è Ser Bambu. Il terzo s’intitola Ao Pé do Muro. È una trilogia, una continuazione.
ISTOÈ – dunque è autobiografico?
Battisti – È autobiografico, ma un po’ diverso dal primo. Ora ho già rivisto il mio stile di racconto.

ISTOÈ – Scrive a mano o sul computer?
Battisti – A mano.

ISTOÈ – Come reagisce alle ripercussioni internazionali del suo caso? È più difficile farcela nel quotidiano del carcere?
Battisti –Ora ho assistenza psichiatrica e prendo antidepressivi.

ISTOÈ – Ma lei sembra animato. È per la prospettiva di essere liberato?
Battisti – Un po’, e anche per la sua intervista. Ma la pressione è enorme. Ogni volta che ci penso, non riesco a credere che stia succedendo a me.

ISTOÈ – Vede le notizie che la riguardano in televisione?
Battisti – Si parla molto del mio caso. E gli altri detenuti hanno molta solidarietà. Non ho mai avuto problemi con i detenuti, e neppure con le guardie.
ISTOÈ – Secondo un’accusa, lei ha ucciso il comandante di una prigione, gli agenti penitenziari di qui lo sanno?
Battisti – Penso di sì. Ma mi stanno trattando molto bene, con rispetto. E le guardie mi trattano come un qualsiasi altro detenuto.

ISTOÈ – Come affronta la decisione finale che il Supremo (Tribunale federale, NdT) sta per dare?
Battisti – Il Brasile mi ha concesso rifugio politico. Il Procuratore generale ha dato parere favorevole al rifugio. Penso che il Supremo andrà nella stessa direzione che ha già preso in altri casi.

ISTOÈ – È tranquillo o ansioso?
Battisti – Non sono tranquillo perché la pressione è enorme. Mi sta demolendo. Le notizie, i media, io non sono preparato a tutto questo. Ora una cosa mi sorprende da un lato: perché questi media che fanno tanto chiasso non si chiedono il perché di una reazione così esagerata da parte dell’Italia. Questa isteria dell’Italia. Perché succede a me? Perché il presidente ed i ministri italiani stanno reagendo in questo modo personale?

ISTOÈ – La prima dama di Francia, Carla Bruni, è intervenuta in suo favore?
Battisti – Credo sia una menzogna. Penso che non avesse motivo di intervenire a mio favore.

ISTOÈ – Ma dai documenti presentati al Conare risulta che sua sorella, Valeria, intervenne in passato.
Battisti – Non so. L’ha dichiarato ufficialmente?

ISTOÈ – Lei parla della sua situazione con le sue figlie?
Battisti – Si. Si.

ISTOÈ – È difficile per loro?
Battisti – No. Perché non ho mai nascosto la mia vita. Fin da bambine sono cresciute apprendendo tutto poco a poco.

ISTOÈ – Ma per la stampa internazionale lei è un terrorista assassino.
Battisti – In Italia non sono tutti contro di me, in Francia molti sono a mio favore. Molta gente crede che io non sia un terrorista assassino.

ISTOÈ – Fred Vargas è in testa alla lista di queste persone?
Battisti –È una persona che conosce approfonditamente il mio processo. Penso che lei lo conosca meglio di me. È stata l’unica persona al mondo che ha letto quelle due valigie di processi.

ISTOÈ – A cosa si aggrappa per tenere duro ed avere forza davanti a questa pressione? Lei ha fede in Dio?
Battisti – Si.

ISTOÈ – Con la sua formazione, lei crede in Dio?
Battisti – Credo in una forza superiore. Nella legge superiore universale. Sempre. Mischio questo con la mia vita e col mio pensiero politico. Penso di agire nella direzione di questa forza superiore. Anche quando ho sbagliato. Per esempio ho usato le armi, anche se senza uccidere nessuno, ero in un processo di violenza. Ma ho sempre creduto.

ISTOÈ – A cosa si aggrappa nei momenti difficili?
Battisti – Alle persone, alle migliaia di lettere che mi arrivano.

ISTOÈ – Quali persone?
Battisti – Persone che non mi conoscono. Molte lettere di gente che io neppure immaginavo mi apprezzassero, dal mondo intero. Da persone che conobbi negli anni 70, che conosco, che sanno perché mi succede questo.

ISTOÈ – Lei pensa che i suoi libri le influenzino?
Battisti – Certamente.

ISTOÈ – Libri che denunciano la tortura degli anni 70?
Battisti – Denunciano quello per cui l’Italia non ha mai voluto accettare. In Italia ci fu una guerra civile, come denunciamo all’orchestratore della repressione dell’epoca, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Mi ha mandato una lettera personale, riconoscendomi come militante politico. Lei può vedere questa lettera. (anche noi : QUI NdT ) Dice che eravamo un gruppo rivoluzionario che voleva prendere il potere con le armi in un progetto socialista. Parole di Francesco Cossiga. Oppure Berlusconi, il grande mafioso, ha più credito di Cossiga ?

ISTOÈ – Cosa le piacerebbe fare una volta uscito di prigione?
Battisti – In questo periodo di carcere ho letto molto, ho approfondito la conoscenza del paese, sul piano storico, sociale e culturale. Per me il Brasile è un paese molto interessante dal punto di vista umano, ma anche dal punto di vista professionale. Posso fare molto qui, esattamente ciò che facevo in Francia, prendere molte iniziative culturali, continuare a scrivere, riunire qui la mia famiglia.

ISTOÈ – Vuole far venire Valentina e Charlène?
Battisti – Voglio far venire le mie figlie. Non sono sposato. Voglio far venire anche la madre delle mie figlie. Valentina ha studiato biogenetica. Ci sono progetti per lei qui in Brasile, c’è molto da fare in questo campo. La biogenetica qui in Brasile è un soggetto molto importante, il mondo intero guarda al Brasile. Sogno di questo.

ISTOÈ – Ha qualche luogo preferito?
Battisti – Mi piace molto Rio de Janeiro. È un paradiso, una meraviglia. Ma in realtà non so dove vivrò. Penso che alla mia famiglia piacerà Rio de Janeiro.

ISTOÈ – Perché ha atteso 16 anni per dire che non ha ucciso nessuno?
Battisti – Perché gli altri che confessarono dissero di aver ucciso davvero. Se mi fossi difeso, mi sarei differenziato ed avrei aperto una breccia nella dottrina Mitterrand, che impone la stessa difesa per tutti. Nessun argomento individuale, come innocenza, contumacia o dichiarazioni personali. Io ho seguito questa norma di condotta. In nessuna tappa di questo processo ho rivendicato l’innocenza. Ho fatto un documento sugli anni di piombo in Italia e questa è la causa della vendetta dei potenti politici italiani. Non posso dividermi. Per dire che sono innocente, ho dovuto rinunciare alla difesa degli avvocati. Ho dato mandato ad un altro avvocato, che mi sta difendendo in Francia, per poter dire alto e forte che non ho ucciso nessuno e che sono stato condannato in contumacia. Per questo sono dovuto uscire dalla difesa collettiva.

ISTOÈ – E per questo non fu fatta una difesa puntuale?
Battisti – Esatto. Penso che l’Italia menta. Il governo italiano sta mentendo. La maggior parte dei media italiani appartiene a Berlusconi. Stanno mentendo. Ci sono persone che manipolano o lasciano manipolare. Non sono mai stato ascoltato dalla giustizia italiana su questi quattro omicidi. Mai. Non esiste. Non sono mai stato sentito in nessuna inchiesta, nella fase istruttoria.

ISTOÈ – La Francia ha rifiutato di estradare Marina Petrella, che era delle Brigate.
Battisti – Si. La sua situazione penale è molto più grave della mia. Perché non fanno tutto questo casino,perché non fanno niente? Questa persona è accusata di cose molto più gravi delle mie. Perché non fanno nulla? La domanda che faccio è questa: sarebbe disposta la giustizia italiana oggi a sentirmi per la prima volta su questi quattro omicidi, prima di sotterrarmi vivo? L’Italia sarebbe disposta a sentirmi una sola volta su questi quattro omicidi prima di condannarmi, come ha condannato la Petrella, alla privazione della luce solare? Privare un uomo della luce del sole è un omicidio.

ISTOÈ – Com’è il suo quotidiano qui?
Battisti – Al mattino c’è il caffè. Gli agenti passano il caffè alle 7 e 10. A quel momento dobbiamo essere svegli e rispondere al richiamo. Resto in cella. Si dorme con la cella chiusa. La cella viene aperta per il caffè del mattino. Beviamo un bicchiere di latte di soja. C’è caffè, ma bisogna comprarlo allo spaccio. Poi si passeggia nel cortile. Ognuno si dedica alle sue attività.

ISTOÈ – E lei scrive?
Battisti – Quando torno in cella comincio a preparare la mente alla scrittura. Ma negli ultimi giorni non ci riesco. C’è molta pressione, non riesco a concentrarmi.

ISTOÈ – Ha degli amici qui?
Battisti – Siamo una cinquantina di persone. Siamo tutti amici. Uno deve aiutare l’altro.

ISTOÈ – La notte, a che ora va a dormire?
Battisti – Il ‘bagno di sole’, da lunedi a venerdi, finisce alle 4 del pomeriggio. Tutti tornano in cella, dove ognuno fa ciò che vuole. Legge, guarda la televisione. Prima delle 7 e 30 non accendo il televisore. La tv è del detenuto. Anche il mio compagno di cella non vuole la tv tutto il giorno. Questo mi va molto bene, perché mi piace leggere e scrivere. Noi guardiamo il telegiornale, alle 8.

ISTOÈ – Il 18 dicembre ha festeggiato il suo compleanno qui in carcere?
Battisti – Si, con tanto di torta.

ISTOÈ – Chi l’ha fatta?
Battisti – Non lo so.

ISTOÈ – Chi?
Battisti – Non lo so. Sono venute dieci persone. È venuta la ex-prefetta di Fortaleza, Maria Luiza Fontanelle. Lei ed altre persone.
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Il fantasma di Copacabana colpisce ancora

L'importanza di chiamarsi Cesare

Sull’Avanti!, 'organo del Partito Socialista', del 23.1.09, un articolo al cuore della prima pagina lancia un’accusa. Racconta di quando Cesare Battisti venne arrestato, e poi trasportato in catene su un carretto, circondato dai soldati, e che fu bersaglio di sputi ed offese; processato, respinse le accuse di tradimento, ma non si abbassò mai alle scuse e non rinnegò il proprio operato. Il magistrato di turno lo fece poi impiccare, senza neppure concedergli l'onore delle armi.

Cesare Battisti, nato nel 1875 a Trento, è un eroe nazionale, ricorda l’articolo di Andrea Camaiora per concludere perentorio : L’ ‘altro’ Battisti ha dunque un’altra colpa : quella di aver macchiato con le sue gesta assassine il nome del suo grande omonimo.

Vogliamo il suo corpo in Italia
Il pezzo si apre richiamando l’appello « bipartisan » del quotidiano di destra Il Tempo, rivolto in nome delle vittime al governo brasiliano ed a quello italiano e sottoscritto da quasi tutti i politici, compresi esponenti dello stesso governo. E l’appello intitolato ‘Battisti in Italia e in galera’ termina così : Nessun motivo abbiamo di rivolgerci a Cesare Battisti, il cui comportamento dal 1978 a oggi parla da solo.
L’estradizione è il trasporto di un corpo in catene da un paese ad un altro. E questo è tutto ciò che chiedono gli appellanti. Rivolgersi a Battisti equivarrebbe a parlare ad un fantasma -quello dell’impunito sulla spiaggia di Copacabana- e a dissolverne l’immagine, poiché corpo e voce ritroverebbero unità nella persona.
Battisti è ormai una non-persona, e non c’è nessun bisogno che parli. Neppure per una confessione. Il suo corpo, attraverso la scrittura, ha già parlato, e basta cosi, perché ha confessato : ce lo ha spiegato Filippo Facci su il Giornale, che ha raccolto qualche frase dai romanzi gialli scritti da Battisti e ne ha dedotto che egli è « L’assassino che scrive i suoi delitti ». Filippo Facci aveva pubblicato lo stesso argomento e le medesime citazioni nel 2004, e già allora Carmilla era intervenuta in sua difesa, ricordandogli che Dostoevskij, autore de L’idiota e di Delitto e castigo non fu un idiota, assassino di una povera vecchia. Scambiare finzione e realtà è prova di grande fantasia sicché la recidiva di Facci è tutta da salutare.

Un fantasma ne può nascondere un altro
Dal lato pragmatico, le indicazioni di Facci potranno aiutare quel magistrato, anche non di turno, che vorrà trattare dei brani di romanzo come ‘indizi’ (di colpa, di infamia, di viltà). Ma a maggior ragione le allegazioni dell’Avanti! sulle responsabilità del Battisti Cesare nell’usurpare un omonimo eroe possono avere dei riscontri penali.
Senza ricorrere –giammai !- a leggi speciali, si può prendere in considerazione il capitolo delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale nel codice penale:
art. 724 Bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti
Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato , è punito con l’ammenda da lire 20.000 a 600.000.
Alla stessa pena soggiace chi compie qualsiasi pubblica manifestazione oltraggiosa verso i defunti.

L’esibizione del corpo del Battisti Cesare in un luogo pubblico –dunque fuori dal carcere- configura una «pubblica manifestazione oltraggiosa» nei confronti dell’omonimo eroe nazionale ed è pertanto punibile.

Infangatio memoriae
D’altro canto, in epoca di proliferazione di leggi sulla memoria, si può applicare al caso la proibizione del revisionismo, senza ricorrere -giammai !- a legislazioni d’eccezione. Basterà ancorarsi alla normativa che vieta il negazionismo storico. Qui si tratta, in fondo, di una forma eguale e contraria alla damnatio memoriae, che prevedeva di cancellare tutte le tracce dell’esistenza, a cominciare dal nome inciso su un monumento pubblico, della persona condannata. Qui si cancella e si nega l’esistenza per sovrapposizione, il nome di Cesare Battisti è stato inciso sopra quello di Cesare Battisti. Se la damnatio memoriae è una forma di negazionismo, e se può essere perciò proibita, Cesare Battisti ne è senz’altro colpevole: per avere con il suo comportamento infangato la memoria di un eroe nazionale.
A monte di queste derive vieppiù superflue agli effetti penali, c’è una parola: ‘disambiguazione’. L’ha imposta Wikipedia come rimedio all’eccesso di memoria che moltiplica i casi di omonimia. Ci sono due sensi, due immagini, due fantasmi per una stessa espressione, e si deve scegliere quello ‘vero’; il 'vero' Battisti, secondo l’articolo dell’Avanti!. Senz’altro sarà il Cesare Battisti eroe nazionale a dover occupare la memoria; la conseguenza è che l’altro Cesare Battisti, l’anti-eroe, dovrà occupare l’oblio. O altrimenti la ‘memoria condivisa’ non si fonda sull’esaltazione di un eroe ma sull’odio per un nemico.

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Il Presidente, il sovversivo e i cantastorie

La strofa dannata

Una canzone non poteva mancare all'intronamento del primo presidente mondiale, Barack Obama: "This land is your land" che negli Stati Uniti è considerata come un inno nazionale, CNN le attribuisce il terzo posto nella Top 10 dei brani più popolari del 20. secolo. Non per niente era stata usata nell campagna di Obama, aggiungendo un "Yes we can" all'inizio e alla fine.
A eseguirla alla cerimonia si sono presentati Bruce Springsteen, Pete Seeger e suo nipote Tao Rodriguez-Seeger, provocando una grande emozione, non solo per la musica, il contesto ed il luogo (il Lincoln Memorial). Pete Seeger, leggenda vivente (90 anni il 3 maggio prossimo!) della musica folk e compagno dell'autore della canzone, il comunista Woody Guthrie, ha dato le parole per il canto corale.
E la strofa sempre omessa, dannata dai benpensanti, è uscita alla grande dall'oblio. Woody Guthrie, che con la sua chitarra ammazza-fascisti aveva scritto il pezzo in risposta a God bless America di Irving Berlin, l'aveva registrata sin dalla prima versione. La strofa sovversiva dice che sul retro della scritta 'proprietà privata' ('No trespassing' in alcune varianti) non c'è niente, ed è quello il lato fatto per te e me:
A great high wall there tried to stop me
A great big sign there said "Private Property"
But on the other side it didn’t say nothing
That side was made for you and me.
La proprietà privata... della canzone
La performance al Lincoln Memorial si è ovviamente riprodotta su You Tube, da dove però i video sono stati soppressi a seguito della denuncia della rete HBO che ne reclama i diritti di proprietà.

Qui una versione sopravvissuta:


Quanto alla 'proprietà intellettuale', va ricordato che Woody Guthrie così appuntava già negli anni '30 le sue canzoni:
"This song is Copyrighted in U.S., under Seal of Copyright # 154085, for a period of 28 years, and anybody caught singin' it without our permission, will be mighty good friends of ourn, cause we don't give a dern. Publish it. Write it. Sing it. Swing to it. Yodel it. We wrote it, that's all we wanted to do."
Insomma, chiunque è beccato a cantare questa canzone senza il nostro permesso, diventerà nostro amico, questa la minaccia di Woody.
Se Pete Seeger, da sorridente malandrino, non si è lasciato sfuggire l'occasione di riproporre i versi proibiti, in un altro show della stessa cerimonia, l'oblio pare aver colpito un altro testo, quello di "Where Is The Love?" dei Black Eyed Peas'. Secondo il blog del WeeklyStandard nell'esecuzione di Sheryl Crow e will.i.am sarebbe saltato il riferimento alla CIA:
Overseas, yeah, we try to stop terrorism,
But we still got terrorists here livin'
In the USA, the big CIA,
The Bloods and The Crips and the KKK.
Sembra anche qui un'iniziativa del performer, ma nel senso contrario del vecchio Pete.
"Forse will.i.am pensa semplicemente che nell'Era Obama la CIA sia ormai una forza del Bene..."

Informazione e comunicazione nel caso Battisti

Nel pubblico linciaggio, nessuno è responsabile

Chi scorre i commenti ad articoli e post pubblicati sul web sugli sviluppi del caso Battisti, nota senz'altro un furore di reazioni raramente raggiunto. Nella loro quasi-unanimità esprimono rabbia, spesso impregnata di cattiveria cieca, e chiamano alla vendetta. Nel raccogliere il 'dalli all'assassino!' e raggiungere la folla virtuale al grido 'in galera!' non c'è ragionamento che tenga, contraddizione che freni, dubbio che sospenda. Così come accade nei linciaggi di strada -quando, sul cadavere fumante del colpevole giustiziato, l'errore si scopre orrore ma 'non è stato nessuno'- i propositi più truculenti riecheggiano nell'anonimità della rete. A differenza di quelli di strada, lasciano però tracce che possono essere osservate.
Il fatto è che, benché la rete consenta sempre più facilmente l'accesso alle fonti (se non primarie, almeno di pubblicazione originaria di una notizia) e la loro verifica, la 'formazione dell'opinione' segue percorsi brevi, ed in casi come questo si chiude rapidamente in un corto-circuito: dove si grida 'in galera' pur sapendo che Battisti è ancora in carcere. Tra l'altro, le autorità brasiliane non hanno mai parlato di scarcerazione, né la procedura di estradizione è stata interrotta o sospesa; anzi, il Supremo tribunale federale ha chiesto al Ministero Pubblico federale (che già aveva espresso parere favorevole all'estradizione) di esprimersi. Secondo il quotidiano Folha de Sao Paulo, il presidente del STF
Gilmar Mendes ha ricordato che nel caso del prete Olivério Medina, ex-militante delle Farc colombiane, il tribunale federale aveva deciso nel 2007 di liberarlo in attuazione della concessione del rifugio politico decisa dal Conare, e non, come ora per Battisti, da un atto del ministro.

Credere, obbedire, estradare
È probabile che i 'percorsi brevi' di formazione dell'opinione in casi come questo passino soprattutto dai titoli di scandalo gridati dalla stampa. Ma a leggere i testi della stampa italiana ci si accorge che sono conseguenti, che gli articoli non sono orientati ad un'informazione seria e completa. La decisione del ministro, oggetto e causa unica di tutte le polemiche, non è stata riportata da nessun media, e molto probabilmente neppure letta: se n'è parlato nel post precedente. Se qualche giornalista l'ha fatto, allora ne ha riferito in malafede -per partito preso, contra o pro che fosse.
Partiamo da un articolo per molti versi esemplare, quello di Omero Ciai sulla Repubblica del 15.1.09 (versione online qui).Vi si legge:
(...) Genro, esaminando il ricorso, ha creduto fondati i timori che Battisti ha manifestato nell'unica intervista concessa in Brasile, qualche giorno fa al settimanale Epoca: "Se torno in Italia mi ammazzano", diceva l'ex terrorista.
Per l'avvocato Greenhalgh, secondo Battisti e, a questo punto, anche per il ministro, in Italia sarebbero ancora attivi "apparati di repressione illegali" e a Battisti viene dato l'asilo "perché potrebbe essere perseguitato per le sue opinioni politiche". Una lettura tutta da discutere visto che paragona l'Italia ad uno staterello dittatoriale ma che, in mancanza di novità, è l'ultima parola sul caso. La decisione del ministro annulla e archivia infatti qualsiasi scelta del Tribunale supremo che può ora solo controfirmare la concessione dello status di rifugiato politico. Teoricamente Battisti è già libero e può decidere di restare in Brasile come di andarsene dove gli pare.
Se è chiaro, per quanto si è detto prima sulla detenzione di Battisti, che le ultime due frasi affermano il falso, la sequenza costruita da quelle precedenti è semplice: Battisti si dice minacciato di morte da apparati repressivi illegali, il Ministro gli crede e gli concede il rifugio perché considera l'Italia uno staterello dittatoriale. Ora, nell'intervista al settimanale brasiliano Epoca, Battisti dice "Sono certo che sarei bersaglio di vendetta se andassi in Italia. Sarei morto. Il timore è evidente, visto che nel 2004, in Brasile, ho subito un tentativo di sequestro da parte di servizi segreti paralleli italiani." Niente più. Si riferisce con tutta probabilità alla notizia, apparsa nel luglio 2005, dei progetti di 'extraordinary renditions' portati avanti nel 2004 da un organismo illegale chiamato DSSA. Il sequestro di Battisti era chiamato "operazione porco rosso" e venne riportato dalla stampa (compresa quella francese, come Libération e Le Figaro del 5.7.2005, che parlarono di "polizia parallela" smantellata). Venne in seguito apertamente 'rivendicato' in un intervista alla Repubblica del 14.6.2006 (ripresa come un annuncio da un sito di polizie private), ed è comunque un notizia reperibile, se figura addirittura su Wikipedia. Questi timori (illegittimi?) li ha espressi Battisti in un'intervista, che Ciai considera equivalente ad un ricorso dei suoi avvocati giusto per concludere che il ministro li ha fatti propri.Un ragionamento che gli ottimisti definiscono di sillogismo creativo.
Il giorno dopo, 16.1.09 sulla Repubblica, Ciai scrive ancora:
Tutti però potevano pensarci prima ed evitare che Tarso Genro potesse, nella relazione che salva Battisti dall'estradizione, scrivere che l' Italia è un Paese dove si violano i diritti umani. Nel testo il ministro brasiliano ripercorre i nostri Anni di Piombo, fa riferimento alle leggi speciali contro il terrorismo, accenna ai «poteri occulti», cita Bobbio, ma alla fine sostiene non solo che le condanne di Battisti sono «dubbie», ma anche che ci sono «fondati timori che possa essere ancora perseguitato» se consegnato alla giustizia italiana. Il nodo che dovevano sciogliere i magistrati brasiliani riguardava la possibilità o meno che i delitti per cui è condannato in Italia Cesare Battisti fossero "politici" o "comuni". Il Tribunale supremo e l' organismo che valuta le domande di asilo politico si erano espressi a maggioranza per il secondo caso, e cioè che fossero delitti comuni; il ministro Genro sostiene invece, e grazie a ciò può concedere l' asilo, che sono delitti politici.
Il giornalista dice quindi di aver letto la decisione del ministro (dove non si trova cenno a quanto sostenuto nel suo articolo precedente) ed afferma, sapendo di mentire, che vi è "scritto" che "l'Italia è un paese che viola i diritti umani". Aggiunge addirittura una falsa citazione (tra virgolette) che affermerebbe il medesimo concetto: "fondati timori che possa essere ancora perseguitato". Il falso, ingiustificabile, serve però al punto essenziale, a trasformare la lettura storica del tempo dei fatti, delle leggi speciali e dei processi (è di questo che scrive il ministro) a quella di un oggi, di un'attualità che risponde a condizioni completamente diverse, e dove quelle affermazioni non possono che suonare come accuse all'Italia.
Un esempio del cosiddetto giornalismo 'a tesi', una comunicazione politicamente perfettamente allineata alla reazione unilaterale del ceto politico italiano: offesa, indignazione, scandalo, ingiustizia. “È-un-assassino-deve-stare-in-galera”.

Il fantasma di Copacabana
Perché di “delitti comuni” si doveva parlare, dice Ciai nelle ultime righe citate sopra, e fantasiosamente aggiunge che il Supremo tribunale federale si sarebbe pronunciato contro il principio di considerare i reati di Battisti come “delitti politici”. Eppure lo stesso Battisti è in carcere in Brasile già da un po’ solo e sempre in attesa di una pronuncia del Tribunale supremo! Infine, ciò che davvero scrive il ministro Genro, è che le medesime autorità richiedenti italiane hanno affermato che si tratta di delitti politici, che le sentenze inviate per la domanda di estradizione sono esplicite in questo senso. Un giurista cosa dovrebbe fare, chiudere gli occhi sulla sentenza di condanna per associazione sovversiva pur di dire che si tratta di un delinquente comune?
Battisti è l’assassino con la A maiuscola, il criminale puro, in carriera per il posto di nemico pubblico numero 1, il condannato evaso e non pentito, un cinico la cui sola immagine risulta insultante e pertanto insultabile. I blog echeggiano di “in galera!”, a cominciare da quelli di sinistra (ne dà atto nell’unica ed isolata voce garantista Beppe Sabaste sull’Unità del 18.1.09); gli insulti si estendono in qualità, giù fino al fondo, fino ad un incontro da far sussultare anche i cultori del trash storico. Un’intervista a Maurice Bignami sulla Nazione, il cui cortese inizio suona così : “Cesare Battisti? ‘È un vigliacco, ma questo lo sapevamo da un pezzo’.” Con altrettanta magnanima eleganza, il Comandante Bignami, questo il suo grado nella gerarchia di Prima Linea, arriverà a fine intervista senza motivare l’improperio, lanciato a nome (parla al plurale) degli “ex-terroristi”. Ma sostiene che il rifugio politico a Battisti “non poggia su fatti concreti”; insomma, così dicon tutti, è un delinquente comune, un bandito puro.
E il fantasma di Battisti sulla spiaggia di Copacabana, immagine immaginata dell’impunità, non può che attizzare l’odio.
Così gli insulti si estendono al Brasile, paese di dubbia democrazia, che non ha lezioni da darci, pensino ai bambini di strada che uccidono. Lo spettro delle reazioni segue quello dei politici e dei commentatori, che parlano di "insulto al nostro paese" da una "democrazia a scartamento ridotto" (Di Pietro), di oltraggio, offesa, di "schiaffo alla giustizia", e un giudice (Severino Santiapichi) anche di "sputo in faccia". Il comune di Monterotondo rompe il gemellaggio con una città brasiliana (almeno cosi annuncia il Tempo). Sul sito del Manifesto, è un commento di una lettrice che ha lavorato in Brasile a ristabilire un po' d'equilibrio. Voce ancora più isolata, il comunicato del CARP (Comitato di assistenza ai rifugiati politici) stigmatizza il tono neocoloniale ed eurocentrico delle reazioni italiane. Altrimenti, nei blog ‘non di sinistra’ lo sfogo raggiunge livelli sublimi, il Brasile è il paese che ha ‘inventato i viados’, insomma. Chi reagisce con commenti interrogativi viene redarguito come ‘difensore di Battisti’, messo a tacere o insultato a sua volta.
E l’odio cristallizza, accanto allo slogan “in Italia e in galera” che campeggia nell’appello lanciato da Il tempo e firmato da tutti i politici, il grido ‘a morte’. Con variazioni tecniche, chi dice che Battisti merita la sedia elettrica, chi lo vorrebbe strangolare. Con questo segnando uno dei piccoli paradossi dell’affare: se il timore di Battisti essere ucciso poteva, prima, parere a chiunque esagerato, ora è decisamente difficile negarne il fondamento.
Il paradosso più grande, è che nel trattamento di questa vicenda si è talmente insistito nel voler apporre l’etichetta di delinquente comune, che si è ottenuto il contrario. Già dalla procedura estradizionale in Francia nel 2004, il caso Battisti era stato presentato come prova che la cosiddetta ‘dottrina Mitterrand’ proteggeva non degli esuli scappati dall’Italia E dalla lotta armata, ma degli assassini furbi e spietati. Come espediente comunicativo funzionò, sia sul piano giuridico che dell’opinione pubblica francese. Ma questa memoria degli anni 70 costruita in bianco e nero sul binomio vittima-carnefice, sembra essere talmente radicata che una qualsiasi sua discussione, anche se espressa come ‘atto sovrano’ di un altro Stato, viene vissuta come una dichiarazione di guerra, nel caso addirittura qualificata di incidente diplomatico. Eppure, ponendo l’alternativa tra delitto comune e delitto politico, ha ottenuto una smentita, poiché, come si è detto, il ministro non poteva ignorare le sentenze che condannano anche per delitti politici. Egli avrebbe avuto molte più difficoltà di fronte alla qualificazione di delitti di terrorismo, poiché, pur nelle centinaia di accezioni diverse di questo termine, esso può essere ostativo alla concessione del rifugio politico. Non è escluso un cambiamento di rotta da parte italiana; ma la vera questione emersa grazie al ministro brasiliano è quella del conflitto di memorie, ed è per non permettere che gli anni 70 siano raccontati come storia di criminali qualsiasi che Battisti non va abbandonato.
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Cesare Battisti accolto in Brasile

Una saggia decisione

La decisione del Ministro di giustizia brasiliano è stata salutata con un urlo di gioia dalla scrittrice Fred Vargas (riportato sul sito di Bellaciao) e ricoperta da insulti da mezza Italia. Quasi nessuno l'ha letta, i giornali ne hanno riportato più nulla che poco. Vale forse la pena di segnalare il documento originale (destaque do Diario Oficial ripreso dal sito del governo brasiliano) che molto probabilmente è opera di pugno dello stesso ministro Tarso Genro.
Preliminarmente, va ricordata la differenza tra concessione di asilo (diplomatico) e di rifugio (territoriale - i dettagli sul sito del ministero di giustizia), e che la decisione del Ministro è il risultato del ricorso contro la decisione precedente del Conare (Comitê Nacional para os Refugiados, organo tecnico del ministero che aveva rifiutato lo statuto di rifugiato).

La decisione in dettaglio
Qui in breve gli argomenti chiari e ben argomentati sollevati nei diversi punti della decisione, che:
- ricorda che l'Italia non si è opposta alla connotazione politica dei reati contestati a Battisti, che al contrario risulta esplicita nelle sentenze di condanna, che parlano di "finalità di sovversione" (punto 8 e 26);
- si pone la questione se Battisti abbia un "fondato timore di essere perseguito per motivi politici" (questa è la formula della legge per lo statuto di rifugiato, punto 7) e per rispondere ricorre all'analisi usuale degli aspetti soggettivi ed oggettivi (9-11);
- descrive la "legittima repressione, da parte dello Stato italiano, della militanza di sinistra che voleva abbattere il regime con le armi durante gli anni di piombo". "Durante quel periodo, la società italiana e lo stato di diritto in Italia furono assediati da un insieme di movimenti politici, azioni armate e mobilitazioni sociali alcuni dei quali pretendevano l'affermarsi di un nuovo regime politico-sociale." Le organizzazioni rivoluzionarie che si formarono agivano "in zone 'grigie', nella stretta fascia tra l'azione politica insurrezionale di carttere armato e l'azione marginale del 'banditismo sociale'" (12-13);
- ricorda la reazione dello stato italiano come legittima per uno stato democratico di diritto, e che questa si fece "non soltanto applicando norme giuridiche in vigore all'epoca, ma anche creando 'eccezioni', attraverso leggi di difesa dello Stato, che ridussero le prerogative di difesa degli accusati di sovversione e/o azioni violente, compresa l'istituzione della delazione premiata" (14);
- considera che "nei momenti di estrema tensione sociale e politica è comune e prevedibile che si attivino, anche nello stato di diritto, apparati illegali o paralleli allo stato" il che a volte "configura una forte crisi di legalità: 'la legge perde il primato politico nel sistema'. In tali casi paradossalmenete la giudiziarizzazione della politica intacca le garanzie democratiche senza che il regime democratico sia posto in dubbio", e riporta, dopo un riferimento ad Habermas, una citazione dal Futuro della democrazia di Norberto Bobbio (15); e che
- anche in "situazioni d'emergenza come quella italiana" è fondamentale "che non si accetti mai deroga dai principi giuridici che sostengono i diritti dell'uomo", e "nel caso italiano le possibilità di abusi erano date dallo stesso ordinamento giuridico forgiato negli 'anni di piombo'" ovvero nell'arsenale di poteri di polizia e di leggi d'eccezione, descritti ricorrendo ad un approfondimento di Jacques Mucchielli (pubblicato in un lavoro sul ricorso al carcere nelle crisi politiche) (16);
- aggiunge che "è pubblico e non controverso il fatto che i meccanismi di funzionamento dell'eccezione operarono, in Italia, anche fuori delle regole della propria eccezionalità prevista dalla legge". È così che si formarono quelle forme di "potere occulto", "tanto più potente quanto meno si lascia vedere". E ciò "è professato in nome della preservazione dello Stato contro gli insorti, che non è meno illeggittima delle azioni sanguinarie degli insorti contro l'ordine". (17, 18);
- come argomento a contrario, richiama Carl Schmitt tra i teorici del diritto che non credono nella democrazia liberale, per dire con Bobbio che "quanto più eccezioni, tanto meno democrazia e diritto" (19);
- rileva che alcune misure d'eccezione adottate in Italia negli "anni di piombo" figurano ancora nei rapporti di Amnesty International e del CPT (Comitato europeo di prevenzione della tortura, con esplicito riferimento a questo rapporto 2007) (20); e che
- altre persone fuggite dall'Italia per "motivi politici legati alla situazione del paese nella decade del 1970 ed inizi anni 80", come Battisti, non sono stati estradati dal Supremo Tribunale Federale poiché le condanne italiane attribuivano loro l'intenzione di sovvertire violentemente l'ordine socio-economico italino, con esplicito riferimento al diniego di estradizione nel caso di Luciano Pessina (21);
- nota che il ricorrente (Battisti) ha subito direttamente gli effetti della legislazione d'eccezione italiana, e che le accuse contro di lui non si fondavano su prove periziali ma sulla testimonianza del "delatore premiato Pietro Mutti" (23, 24);
- contesta l'argomentazione che si tratti di delitti penali comuni, poiché la violazione della legge penale "costituisce, in alcuni casi, la 'giustificazione' giuridica dello Stato richiedente, senza la quale le possibilità di consegna del cittadino richiesto sarebbero senz'altro pregiudicate" (25);
- richiama la lettera di Cossiga, che "attesta che i 'sovversivi di sinistra' vennero trattati, nell'Italia degli 'anni di piombo', come 'semplici terroristi e talvolta assolutamente come delinquenti comuni'. La lettera conferma la qualità impropria di questa classificazione imposta" a Battisti (28);
- appoggiandosi sulla dottrina (F. Rezek, Direito internacional publico), conclude che "Non resta il minimo dubbio che, indipendentemente dalla valutazione del carattere politico o meno dei crimini imputati -comunque inaccettabili in ogni ipotesi, dal punto di vista dell'umanesimo democratico- costituisce fatto irrefutabile la partecipazione politica del ricorrente, il suo coinvolgimento politico insurrezionale et la pretesa, sua e del suo gruppo, di istituire un potere sovrano 'fuori dall'ordinamento'" (29, 30);
- afferma che è un "aspetto molto importante per l'esame della pertinenza della concessione di rifugio, il fatto che il ricorrente riparò sul suolo francese per ragioni politiche assunte per decisione sovrana del capo di Stato di quel paese", ricordando che "Mitterrand accolse i 'sovversivi' alla categorica condizione che facessero una rinuncia formale alla lotta armata" e che Battisti, "dopo la rinuncia alla lotta armata resto in Francia per una decade. Fondò una famiglia, sposandosi e facendo due figlie, e visse pacificamante lavorando come portiere e scrittore." La situazione cambiò durante il governo Chirac, che annullò l'ospitalità "per ragioni eminentemente politiche. Il cambiamento di posizione dello stato francese, che gli aveva conferito rifugio come militante politico dell'estrema sinistra, fu il solo motore della sua venuta in Brasile". Sicché il Brasile "è divenuto il 'depositario' di un cittadino, di fatto espulso da un territorio per decisione politica che si contrappone ad una decisione precedente che l'aveva riconosciuto come perseguitato politico(31-35);
- riassumendo che Battisti "per motivi politici si coinvolse in organizzazioni illegali perseguite penalmente nello Stato richiedente. Per ragioni politiche fu rifugiato in Francia ed anche per motivi politici, da cui scaturì la decisione politica dello Stato francese, decise, più tardi, di fuggire ancora", conclude che "L'elemento soggettivo del 'fondato timore di persecuzione' necessario per il riconoscimento della condizione di rifugiato è pertanto chiaramente configurato" poiché l'elemento soggettivo è basato su fatti oggettivi (36, 37).
- riafferma, con la dottrna, che la qualificazione di individui come rifugiati, ovvero come 'persone che non sono delinquenti comuni', è un atto sovrano dello Stato, e che anche nel contesto della protezione umanitaria vale il principio in dubio pro reo : "nel dubbio, la decisione di riconoscimento dovrà inclinarsi a favore di chi sollecita il rifugio" (38, 39);
- richiama infine la normativa Costituzionale e dei Diritti dell'uomo, segnalando che "non sussitono impedimenti giuridici per riconoscere il carattere di rifugiato del ricorrente. Benché si richiami a diversi illeciti che sarebbero stati commessi dal ricorrente, in nessun momento lo Stato richiedente (l'Italia) ha notificato uno dei crimini che impedirebbero il riconoscimento della condizione di rifugiato" (40-42);
- aggiunge in conclusione che "il contesto in cui ebbero luogo i delitti di omicidio imputati al ricorrente, le condizioni in cui si tennero i suoi processi, la sua potenziale impossibilità di un'ampia difesa a fronte della radicalizzazione politica in Italia, provocano come minimo un profondo dubbio sul fatto che il ricorrente ebbe diritto al dovuto processo legale" (43).

Qualche nota
Come chiunque può vedere, non v'è nella decisione del ministro alcun riferimento a rischi per la vita di Cesare Battisti, ed ancor meno a mafia o CIA.
La decisione di accoglierlo come rifugiato si fonda solo sull'esistenza di un "ragionevole dubbio sui fatti che, secondo il Battisti, sono alla base del suo timore di persecuzione", né più né meno. Anche le reazioni di Cossiga non possono essere seriamente riferite alla decisione, che, al pari degli altri politici, non ha letto.
Le reazioni, politiche e generali, meritano un'attenzione separata. Vale qui notare che il vero centro dello scontro è la memoria degli 'anni di piombo', ovvero la sua configurazione come storia politica.
Attraverso il caso Battisti il tentativo di criminalizzazione 'assoluta' della violenza politica degli anni 70 ha raggiunto un apice senza precedenti; l'insistenza nel volerlo configurare come un 'criminale comune', vuoi per la sua biografia o per le azioni dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), forte della riuscita campagna di mostrificazione (vedi il dossier su Carmilla) ma non confermata dagli atti, mirava e mira ad affermare una 'memoria storica' calcata su quella soggettiva dei magistrati anti-terrorismo (che ovviamente hanno condotto dei processi legalmente perfetti e non hanno mai fatto politica).
La decisione del ministro brasiliano, mostra, forse per la prima volta esplicitamente in un atto ufficiale, che la lettura di quell'epoca non può prescindere dalla constatazione dell'esistenza di un violento conflitto nel paese. Si noti che TUTTI i riferimenti al 'rischio di persecuzione' che tanto fanno inalberare i benpensanti, sono relativi all'epoca dei fatti e dei processi (fine anni 70 ed inizio 80!) e non all'attualità.

... à suivre
La decisione non è un atto finale. In diverse interviste immediatamente seguite all'inizio della polemica, il ministro Tarso Genro, difendendo la sua decisione come non motivata ideologicamente e come parte della tradizione di asilo del Brasile (che accolse anche l'ex dittatore paraguayano Stroessner, con accuse di crimini ben più gravi), precisa che i suoi dubbi sul rispetto del diritto di difesa nei processi italiani sono motivati dal fatto che l'avvocato di Battisti era lo stesso del pentito che lo accusava, e che -accertato da perizia francese- la nomina dell'avvocato non fu di pugno di Battisti, ma un atto falsificato.
Ma precisa pure (si veda ad esempio l'intervista alla TV Estadao) che il Supremo tribunale federale potrebbe decidere di continuare la procedura estradizionale, ed anche decidere l'estradizione annullando così la concessione del rifugio. Sarebbe questa, una situazione dal suo punto di vista "anomala", poiché finora le decisioni del STF, prese a maggioranza su casi singoli, hanno assunto che con la decisione di rifugio 'cade' la procedura d'estradizione; ma appunto il tribunale federale può decidere di modificare la propria giurisprudenza.
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